giovedì, 17 novembre 2005

Lettera aperta di Magdi Allam all’ambiguo ideologo euro-musulmano

Signor Ramadan, noi non ci siamo mai né incontrati né parlati né conosciuti. Le rivelo che, per quanto mi concerne, probabilmente non si è trattato di una mera casualità, bensì di una scelta, al tempo stesso conscia e inconscia, maturata nel corso di questi ultimi anni che hanno registrato l’ascesa del suo astro nel firmamento del movimento islamico internazionale. Le confesso che istintivamente e razionalmente non provo un particolare trasporto nei suoi confronti.
Ciò da un lato mi dispiace sinceramente perché amerei tanto poter andare d’accordo o comunque trovare un comune terreno d’intesa con tutti. Dall’altro mi rendo conto che non sempre è possibile, che in ogni caso per pervenire a un accordo bisogna essere in due a volerlo. Nel nostro mondo dove il bene e il male s’intersecano e coesistono, dove l’esercizio del libero arbitrio è un dovere umano prima ancora di essere un’opzione religiosa al fine di salvaguardare la propria vita e conformarsi alla propria morale, non si può realisticamente prescindere dalle differenti o contrastanti intenzioni dell’altro.
Vede signor Ramadan, al pari di altri esponenti dei Fratelli Musulmani che la necessità professionale e la sorte mi hanno portato a incontrare, parlare e conoscere, lei non mi tranquillizza affatto. Lei è liberissimo di sostenere che non ha in tasca la tessera di adesione ai Fratelli Musulmani e che giustamente, sulla base della responsabilità soggettiva che è il cardine dello stato di diritto, lei non è responsabile dell’azione e del pensiero di suo nonno Hassan al-Banna, il fondatore di questa confraternita integralista, né di suo padre Said Ramadan, il discepolo prediletto di al-Banna.
Ma si dà il caso che nel 2004 ho sentito alla televisione italiana Mohammad Nour Dachan, il presidente dell’Ucoii, negare di far parte dei Fratelli Musulmani. Lui che negli anni Settanta sfuggì a un tentativo di assassinio da parte di due killer inviati dal regime di Hafez al-Assad in Italia proprio perché esponente di punta dei Fratelli Musulmani. Lui che si fregia del titolo di amir, emiro, inteso come guida spirituale e politica della comunità di fedeli che si sottomette a lui tramite la bay’a, l’investitura, un rito iniziatico che comporta l’obbedienza assoluta all’emiro considerandola pari all’obbedienza dovuta al profeta Mohammad e quindi all’obbedienza a Dio.
Sappiamo bene, lei e io, e ora lo sanno anche i lettori, che il principio della takiya, la dissimulazione della propria realtà e delle proprie idee, è contemplato e ammesso in seno ai Fratelli Musulmani quando la situazione lo impone. Ho imparato, anche a mie spese, che spesso nel rapporto con l’altro conta più quello che non si dice che quello che si dice. E oggi so molto bene che sono proprio i vostri silenzi, più del vostro clamore, a pesare come macigni. E quei silenzi mi preoccupano.
Comunque a me non interessa sapere se lei abbia o non abbia una tessera in tasca dei Fratelli Musulmani. Io mi baso sulla lettura dei suoi testi e sull’analisi delle sue prese di posizione pubbliche. Ebbene da esse si evince che lei è indubbiamente organico e parte integrante di un movimento integralista islamico europeo e internazionale che fa riferimento ai Fratelli Musulmani. A maggior ragione, proprio per questa sua ostinazione a voler negare l’evidenza, se penso a lei provo quell’agitazione che si ha nelle situazioni in cui all’apparenza è tutto rassicurante, addirittura allettante, mentre si sa con assoluta certezza che da qualche parte si cela l’insidia, si annida il pericolo. Una sorta di perfido gioco dove il protagonista, sprovveduto o accorto che sia, è chiamato a scoprire dove possa essere stata nascosta una bomba a orologeria camuffata sotto insospettabili spoglie che, prima o dopo, esploderà e che, volenti o nolenti, ci annienterà.
Ammetto chiaramente che ho maturato una valutazione scettica nei suoi confronti. Ma le garantisco che non si tratta di una antipatia personale o di un veto ideologico aprioristico. Se la rivista americana Time nel 2003 l’ha designata come uno dei cento pensatori che hanno “modellato il mondo”, se ha raccolto attestati di stima e ammirazione da diversi ambienti non solo musulmani, ma anche cristiani e della sinistra laica, se è corteggiato e osannato da molte comunità islamiche europee, è evidente che lei è una personalità carismatica, ha uno spessore ideale, religioso e culturale, dispone di una eccellente capacità comunicativa e di manipolazione dei media. Mi rendo conto che lei di primo acchito incute simpatia, dà l’impressione di essere una persona perbene, colma di buona volontà, sinceramente impegnata nel gettare ponti tra le genti e le fedi per favorire l’affermazione di una comune civiltà umana. Ha le qualità necessarie per risultare convincente, suadente, lodevole. Lei offre un’immagine positiva, trasmette un messaggio percepito come credibile, lancia delle proposte ammantate di buon senso e che sembrano ispirarsi alla saggezza e al dovere etico.
Contemporaneamente però lei è stato sospettato dal governo francese di aver avuto legami con i terroristi del Gia algerino, dal giudice spagnolo Baltasar Garzon e dal Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti di aver avuto legami con militanti di Al Qaeda. Le è stato di conseguenza interdetto l’ingresso in Francia nel 1996, poi revocato con tante scuse, e negli Stati Uniti nel 2005. Ammetterà che non è usuale che un intellettuale integro e onesto possa essere sospettato di collusione con il terrorismo. E probabilmente saprà che nei casi in cui ciò si è verificato, è emerso che il sospetto non era così infondato. Lei smentisce tutti e tutto, proclama la propria innocenza, denuncia una sorta di complotto tendente a screditarla. Personalmente mi fido di più delle istituzioni di uno stato di diritto, libero e democratico.
Al di là di ciò, che è parte rilevante e tutt’altro che trascurabile del mio giudizio complessivo, la mia valutazione nei suoi confronti si è formata in circostanze e per motivi diciamo più personali. Vede io sono cittadino italiano, come lei di origine egiziana. Anche se, a differenza di lei, sono nato e vissuto per venti anni al Cairo. Così come, a differenza di lei, anche per ragioni anagrafiche (ho dieci anni di più), ho conosciuto in un Paese musulmano, qual è l’Egitto, la realtà di un islam laico e ho condiviso il vissuto di milioni di musulmani moderati. Aggiungo, affinché il mio pensiero sia più chiaro, che l’integralismo islamico dei Fratelli Musulmani e il terrorismo islamico delle varie sigle jihadiste e più recentemente di Al Qaeda è un fenomeno che ho conosciuto in Italia, non nell’Egitto degli anni Cinquanta e Sessanta.
Concordo con lei che il regime di Nasser che represse migliaia di militanti islamici dopo il fallito tentativo di assassinarlo nel 1954, che tra l’altro costrinse suo padre all’esilio, era un regime dittatoriale e guerrafondaio. Ma a me qui interessa sottolineare che come cittadino egiziano, al pari di altre decine di milioni di egiziani, all’epoca godemmo di un sistema sociale e culturale laico che offriva una relativa libertà personale, gradualmente erosa dal processo di islamizzazione della società e di involuzione dei costumi registratosi non solo in Egitto, ma nella gran parte dei paesi musulmani a partire dagli anni Settanta.
Ora si dà il caso che in Italia io ho sentito di lei tramite l’interessamento e la sponsorizzazione di Hamza Roberto Piccardo, il segretario nazionale dell’Ucoii, un militante dell’estrema sinistra che persegue nelle vesti del musulmano di professione la sua ideologia rivoluzionaria contro il capitalismo e la civiltà occidentale, inneggiando ai kamikaze che massacrano gli ebrei in Israele e gli americani in Iraq. Pure lui, ancor più di Dachan, nega di aver mai fatto parte dei Fratelli Musulmani, pur ammettendo di essere stato investito della carica religiosa e politica di emiro della comunità islamica del Ponente ligure, dove egli risiede.
Anche il suo recente appello per una moratoria nell’applicazione delle pene corporali che sarebbero previste da una interpretazione tradizionalista e integralista della sharia è giunto agli italiani grazie alla capacità di persuasione di Piccardo che è riuscito a farlo pubblicare sulla Repubblica il 30 marzo 2005. Ricordo che quando uscì il suo libro “Possiamo vivere con l’islam?”, scritto insieme a Jacques Neirynck, pubblicato forse non a caso dalla casa editrice Al Hikma, di proprietà di Piccardo, questi venne a trovarmi nella sede di Repubblica, presso cui ero dipendente all’epoca, per perorare un mio commento favorevole al libro. Così come mi risulta che Piccardo sia il suo fedele angelo custode durante le sue visite in Italia atte a diffondere il suo verbo in seno al movimento islamico che si riconosce in lei.
Ebbene si dà anche il caso, signor Ramadan, che il suo sponsor italiano sia al tempo stesso la persona che mi ha pubblicamente definito “un nemico dell’islam” e un “cristiano copto per niente bbbuono”, intendendo un cristiano copto che finge di essere musulmano per diffamare l’islam. Lei sa bene che questo tipo di accuse si traducono nella mia condanna quale kafir, miscredente, murtadd, apostata, munafiq, ipocrita, e che nel contesto di una interpretazione estremista della sharia comporta la pena di morte. E se a pronunciarla è un soggetto che si fregia del titolo di emiro, le cui sentenze sono considerate delle fatwe vincolanti per i fedeli che si sono sottomessi alla sua autorità religiosa e politica tramite la bay’a, direi che c’è poco da stare tranquilli. Meno che mai se a ciò si aggiunge che all’origine della situazione che mi costringe da due anni a vivere sotto scorta c’è una minaccia di Hamas, la sigla che rappresenta i Fratelli Musulmani nei territori palestinesi, che non gradisce la mia esplicita e ferma condanna dei terroristi islamici suicidi che mietono vittime tra gli israeliani.
Qui arriviamo a una questione che ci ha unito, o per l’esattezza diviso, in un confronto organizzato dal settimanale Panorama il 16 settembre 2004. Alla domanda postale dalla brava giornalista Silvia Grilli “E’ giusto uccidere un bimbo israeliano di otto anni perché da grande farà il soldato?”, è stata pubblicata la sua seguente risposta: “In sé è un atto moralmente condannabile. Ma è contestualmente comprensibile, perché la comunità internazionale ha consegnato i palestinesi agli oppressori”.
Dinanzi all’unanime riprovazione degli italiani per la sua sortita, lei ha inviato un’indignata rettifica: “Panorama mi attribuisce frasi inaccettabili che non ho mai pronunciato e che lascerebbero intendere che è ‘comprensibile uccidere i bambini’. Niente può giustificare l’omicidio di bambini e innocenti e queste azioni sono in contraddizione con i principi dell’islam. La mia condanna è chiara”.
A questo punto, nel numero di Panorama del 23 settembre 2004, la Grilli ha riportato la trascrizione integrale della sua risposta: “Io non credo che un bambino di otto anni sia un militare. Questi atti sono in sé condannabili, cioè bisogna condannarli in sé. Ma quello che dico alla comunità internazionale è che sono contestualmente spiegabili (explicables, nell’originale francese), e non giustificabili. Che cosa significa? Vuol dire che la comunità internazionale ha messo oggi i palestinesi in una tale situazione, dove li sta consegnando a una politica oppressiva, che ciò spiega, ma senza giustificare, che a un certo punto la gente dica: non abbiamo armi, non abbiamo niente e dunque non si può fare che questo. E’ contestualmente spiegabile, ma moralmente è condannabile”.
Mi permetta di notare che fra “spiegabile” e “comprensibile “ non si vede una grande differenza. Giustamente la giornalista Grilli, nel suo secondo articolo, si domanda: “Sostenere che l’uccisione di bambini israeliani è ‘contestualmente spiegabile’ è una condanna chiara?”. E ancora: “Spiegare perché non si può fare altro che uccidere è una ‘condanna chiara’ della cultura della morte?”.
Ora mi consenta di dirle che, dal mio punto di vista, quando afferma a proposito dell’assassinio di bambini e civili israeliani che ciò sarebbe “contestualmente spiegabile, ma moralmente condannabile”, lei di fatto assume l’atteggiamento di chi sostiene e approva questi atti di terrorismo. Ma si rende conto che sta trattando di vite umane e non di parole vuote? D’altro canto il suo pensiero l’aveva già espresso chiaramente nel libro “Intervista sull’islam” (Edizioni Dedalo, 2002), scritto insieme a Alain Gresh, quando dice: “Nel voler imporre l’ingiustizia si producono delle bombe umane a esplosione ritardata, il cui sacrificio trova giustificazione [il corsivo è mio] nei decenni di sofferenza accumulata e nella colpevole passività internazionale” (p. 86). Lei, signor Ramadan, pensa di poter ingannare la gente giocando con le parole?
Tornando all’intervista pubblicata da Panorama lei afferma: “In Palestina, in Iraq e in Cecenia c’è una situazione di oppressione, repressione, dittatura. E’ legittimo per i musulmani resistere al fascismo che uccide innocenti. Ma l’assassinio e il sequestro di civili sono mezzi illegittimi di una resistenza legittima”. Signor Ramadan, è ora di finirla con questi sofismi che suonano tanto come una sonora presa in giro. Ma per chi ci ha preso? Come immagina di poter essere considerato credibile quando sostiene contemporaneamente che uccidere degli innocenti è sia illegittimo sia legittimo? Ci dica da che parte sta. Di fronte alle vittime dei kamikaze palestinesi, iracheni, ceceni, lei da che parte sta?
Guardi, signor Ramadan, la risposta chiarissima e inequivocabile l’hanno data i diretti interessati, i popoli iracheno e palestinese. Gli otto milioni di iracheni che il 30 gennaio 2005 sono andati a votare hanno sfidato e sconfitto i kamikaze e i razzi del terrorista islamico al-Zarqawi e dei suoi complici da taluni elevati al rango di resistenti. La maggioranza di palestinesi che il 9 gennaio 2005 hanno scommesso sulla strategia di pace con Israele incarnata dalla leadership di Mahmoud Abbas, hanno preso decisamente le distanze dal terrorismo palestinese. Al punto che anche i suoi amici di Hamas si sono trovati costretti ad allinearsi al volere della maggioranza palestinese.
Prenda atto che la sua contorta e artificiosa tesi della legittimità di un terrorismo reattivo, imposto dall’imperativo di contrastare un’ingiustizia subita, è stata sconfessata dai diretti interessati.
Sia gli iracheni sia i palestinesi hanno compreso e detto esplicitamente che il terrorismo condotto a loro nome è in realtà il loro vero nemico. Questo terrorismo è di natura aggressiva ed è funzionale agli orridi piani di conquista del potere di Hamas e di Al Qaeda.
Accetti la lezione degli iracheni e dei palestinesi, si fidi di loro che pagano il conto in prima persona. Tragga la conclusione che è ora di finirla di speculare sfruttando la loro causa e infierendo sulle vittime del terrorismo. Si schieri decisamente e definitivamente dalla parte della maggioranza dei musulmani che ha maturato la consapevolezza, dopo aver versato un pesante tributo di sangue, che il terrorismo è il Male assoluto mentre il valore della sacralità della vita di tutti, ebrei e americani compresi, è il Bene assoluto.
Vorrei disinteressatamente darle un consiglio: se proprio vuole filosofeggiare sui musulmani europei, li frequenti un po’ di più, si cali nel loro vissuto, si sforzi di comprenderli per quello che sono non per come lei li immagina. I musulmani non sono solo quelli che affollano le moschee e l’applaudono estasiati alle sue affascinanti e insidiose conferenze. Lei lo sa che in Francia solo il 10 per cento dei musulmani frequenta abitualmente le moschee e che in Italia non si supera la soglia del 5 per cento? Che ne vogliamo fare del 90-95 per cento di musulmani che non sono a sua immagine e somiglianza? Devono aspettare che lei li illumini e li converta alla vera fede per rinascere e redimersi quali veri musulmani?
I 20 libri, i 700 articoli e le 170 audiocassette che lei si vanta di aver scritto e registrato non la trasformeranno in novello profeta dei musulmani europei. Casomai di una piccola setta che si riconoscerà nel suo messaggio. Ma basterebbe anche solo qualche pizza consumata a un tavolo guardando in faccia, con umiltà e disponibilità, ai musulmani senza affibbiare loro nessuna etichetta, senza arrogarsi alcuno status superiore, senza aver la pretesa di imporre loro il suo credo, per fare di lei un uomo migliore. Un interlocutore più umano e più credibile per l’insieme della collettività, non solo per i musulmani.
Signor Ramadan, si liberi e aiuti il cosiddetto “popolo delle moschee” che le sta tanto a cuore a liberarsi dell’ideologismo che l’ha portata a teorizzare che i musulmani sarebbero una sorta di etnia autonoma, di comunità a sé stante. Che conseguentemente il rapporto con il resto della società dovrebbe avvenire partendo da un’identità essenzialmente se non esclusivamente religiosa che caratterizzerebbe l’homo islamicus. Come può aver elaborato simili assurdità, come può pensare che altri credano a tali idiozie, lei che è nato nella laica Ginevra, non nella Mecca wahhabita o nella Kabul talibana? Si rende conto che ha speso fiumi di parole per spiegarci che noi musulmani dovremmo spogliarci della nostra naturale identità umana per indossare quella ummana, percepire noi stessi come parte indivisibile della mitica, mitizzata e mai esistita Umma, la Nazione islamica?
E’ consapevole che lei, con sofismi alquanto contorti e poco convincenti, dice che noi musulmani dovremmo accettare una moratoria, non tanto e non solo sulle pene corporali, ma su tutto ciò che potrebbe contrastare con le leggi e i valori fondanti della civiltà europea?
Sarebbe come proclamare una sorta di “Tregua di Hudaibiya” con l’insieme dell’Europa, intesa come un patto basato sull’astuzia e l’inganno del più debole, come quello stipulato dal profeta Mohammad nel febbraio del 628 con i nemici meccani quando, da una posizione di inferiorità, constatando l’impossibilità di conquistare la sua città natale, s’impegnò a non farvi ritorno per dieci anni. Invece due anni dopo, nel gennaio del 630, Mohammad dopo aver violato la tregua, conquistò la Mecca, fece distruggere tutti gli idoli pagani e la trasformò nella città santa dell’islam.
Alla luce di ciò la sua idea di cittadinanza europea condizionata al rispetto della sua percezione dell’identità islamica sembra voler favorire l’affermazione graduale di uno stato islamico in seno allo stato di diritto. Partendo dal basso, dalla formazione dell’homo islamicus, tramite il controllo dell’educazione religiosa, dell’istruzione, della vita sociale, della finanza islamica. Per lei la legittimità giuridica e etica delle norme e del comportamento dei musulmani deve comunque e indiscutibilmente fondarsi sulla sua interpretazione della sharia. A suo avviso i principi e i valori della civiltà occidentale possono essere condivisi dai musulmani solo se sono conformi a quanto prescriverebbe la sharia.
In quest’ambito trovo, per esempio, semplicemente sconcertante che lei, osannato da tanti come un eminente intellettuale musulmano moderato, pensi di potere e dovere seriamente porre alla nostra attenzione il dibattito se sia giusto o no lapidare la donna adultera o mozzare in pubblico la mano del ladro.
Così come sono sinceramente preoccupato per i media e per gli islamologi occidentali che si prestano a farle da cassa di risonanza. Signor Ramadan, noi viviamo in Italia, in Svizzera, in Europa, nel mondo libero, nell’anno 2005. Non ci troviamo nel deserto della Penisola Arabica nel VII secolo.
Io, e con me una maggioranza di musulmani che aspirano a vivere in libertà e dignità, consideriamo che il rispetto dell’integrità fisica della persona e di tutti i diritti individuali a partire dal valore della sacralità della vita, sono il punto di partenza di tutti coloro che condividono la civiltà umana, ma non possono in alcun modo essere additati come il traguardo da conseguire a determinate condizioni.
Si metta in testa che i musulmani sono persone a prescindere da tutto. Noi non accettiamo nessuna moratoria sulla lapidazione delle donne adultere.
Diciamo invece in modo esplicito, forte, inequivocabile che siamo totalmente contrari a qualsiasi forma di violazione dell’integrità fisica di chicchessia. Senza se e senza ma. Non vogliamo minimamente discutere e rifiutiamo qualsiasi compromesso sui diritti fondamentali della persona e sul valore della sacralità della vita di tutti. Per nessunissimo motivo. La nostra umanità non è in vendita e non è barattabile per i vostri loschi giochi di politicanti dell’islam.
Mi consenta un’ultima domanda: perché vorrebbe far credere agli occidentali che lei sarebbe il primo a patrocinare una versione duttile e modernista della sua interpretazione della sharia? Nella sua millenaria storia l’islam ha conosciuto, per nostra fortuna, eminenti teologi islamici, per esempio il sudanese Muhammad Mahmud Taha, che hanno rivendicato non nella tranquilla e tollerante Europa contemporanea, bensì in paesi islamici turbolenti e fanatici, l’abolizione e non la semplice moratoria sulle pene corporali, pagando con la vita la loro battaglia volta a umanizzare l’islam. E ancora: perché vorrebbe far credere agli occidentali che le pene corporali islamiche sarebbero una questione rilevante per l’insieme dei musulmani quando in realtà vengono applicate solo in Arabia Saudita e in Iran?
Signor Ramadan, esca dal suo torpore ideologico, scenda dal suo scranno fatto di schizofrenia identitaria e di megalomania messianica, si riconcili con se stesso e con la maggioranza dei musulmani per quello che sono, persone semplici, perbene, dotate di buonsenso, che aspirano come tutti gli altri a vivere. Vivere. Vivere. Vivere. Signor Ramadan, viva e lasci vivere.
Magdi Allam

(da “Vincere la paura - La mia vita contro il terrorismo islamico e l’incoscienza dell’occidente”, Mondadori, pagine 198 euro 16,50)

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categoria:islam, fondamentalismo
mercoledì, 26 ottobre 2005

SUL SUO BLOG IL COMICO HA CASSATO I MESSAGGI
CHE CRITICANO LA SUA RICOSTRUZIONE DEL CASO MILLER-PLAME 

La Stampa - 25 ottobre 2005
di Mattia Feltri
 
ROMA. Alle 15,56 di ieri un tizio che si firma Gino è entrato nel blog di Daniele Luttazzi e ha scritto: «Il numero di commenti a questo post si è improvvisamente contratto. Avete fatto le pulizie autunnali? Lungi da me pensare che si tratti di censura... Però è strano che siano spariti proprio i commenti che contestavano il contenuto del post di Luttazzi...».

Serve già un breve glossario. Il blog è un diario tenuto in Internet, e quindi accessibile a chiunque; il post è uno degli argomenti trattati nel blog. Il 19 ottobre, Luttazzi ha scritto la sua sul caso Rove-Plame-Miller, cioè sul Cia-gate. Il comico - già noto per le accuse rivolte a Silvio Berlusconi nella trasmissione Satyricon e per la successiva epurazione - ricostruisce la vicenda e sostiene che il dossier sull’intenzione di Saddam Hussein di acquistare uranio è stato falsificato apposta per giustificare la guerra in Iraq. A Luttazzi rispondono altri due blogger: Christian Rocca (inviato del Foglio) e Luca Sofri. Per semplificare: uno di destra e uno di sinistra. Rocca scrive: «Le informazioni sono sballate». Per Sofri sono «lacunose». Luttazzi replica, ma interessante è la chiosa: «Rocca è un neo-con e non fa testo».

Ognuno potrà stabilire chi abbia ragione leggendosi i blog. Non è questo il punto. Il punto lo centra il giorno successivo Sofri: «Vedo che Daniele se la prende per le critiche ricevute anche da altri, e mi infila in un giudizio di “piccoli propagandisti” le cui ragioni sarebbero spiegate dal fatto che scrivono per “Rossella e Ferrara”». Sofri non si capacita. E’ amico di Luttazzi e giudica «indegno di lui l’argomento “scrivono per il nemico”». Trascorre qualche giorno e il riferimento a Sofri scompare, tanto che domenica lo stesso Sofri definisce «gentile e ammirevole ripensamento» la decisione di cancellare «la cosa antipatica che aveva scritto lui su di me».

Fine? No di certo. Nel blog di Luttazzi la discussione prende quota. Ci si infilano blogger e lettori. I più spalleggiano Luttazzi. Altri scelgono la versione di Rocca, e uno di loro - si firma «Avioncito» - appunta: «Rocca avrebbe potuto ribattere che tu fai propaganda anti-Bush, ma lui ha avuto gli argomenti per ribatterti su ciò che hai scritto, non su ciò che sei...». Il tono, come è stile dei navigatori, lascia poco spazio al compromesso. Il blog di Avioncito si chiama Esteban.77. Avioncito scrive in tutto due commenti. Almeno uno a testa di quel tenore ne aggiungono i titolari dei blog «2Twins» e «Italianlibertarians». E qui nasce il problema: chi entra oggi nel blog di Luttazzi non li trova più. Scomparsi. Cancellati. In gergo: «Bannati». Volendo: epurati, censurati. Censurati dal censurato? Perché?

Ieri, al telefono, Luttazzi dimostrava imbarazzo davanti all’accusa di epurazione: «Oh mamma mia! Che sta succedendo? Non ne so nulla. Dev’essere stata la mia redazione che elimina i commenti che violano il regolamento. Ora mi informo». Il regolamento è in tre punti, e prevede l’eliminazione di «messaggi che violino la legge (diffamazione, istigazione a delinquere ecc.). Messaggi non pertinenti (razzismo, turpiloquio, pubblicità ecc.). Messaggi maniacali e parassitari (signoraggio, propaganda elettorale, segnalazione di siti personali ecc.)». Luttazzi si informa e poi dettaglia: «Ho scoperto tutto. Il primo commento portava l’indicazione del sito “Republican party” (il partito di George Bush, ndr). E’ propaganda politica. L’abbiamo dovuto eliminare e quelli successivi, a cascata, sono scomparsi. Nessuna censura».
Peccato non sia più possibile verificare. E non bastava eliminare soltanto il riferimento ai repubblicani? «Sì, sì. D’ora in poi faremo così». Altrimenti avrebbe ragione Rocca quando ci scherza su: «Giovedì prossimo a RockPolitik ci saranno quei lettori del blog di Luttazzi, i cui commenti dissenzienti sono stati cancellati solo perché facevano notare al bravo comico circa trecento imprecisioni fattuali nella sua comica ricostruzione del troppo complicato caso Plame?». 

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categoria:censura sinistra
venerdì, 21 ottobre 2005

Indimenticabile un'affermazione (in privato) di Guido Carli, appena passato da governatore della Banca d'Italia a presidente di Confindustria: «Noi siamo governativi per definizione, però...». Correva l'anno 1976. Carli, figura amabile, saggia, disincantata e maestra di gattopardismo, affondato nel divano di un salotto dell'hotel Principe&Savoia di Milano, teneva banco, con principale interlocutore Umberto Agnelli, neo-eletto da «indipendente» senatore della Dc. Di una Dicì guidata da Benigno Zaccagnini che a scorno di ogni previsione aveva sconfitto il Pci di Enrico Berlinguer, trionfatore alle precedenti regionali e comunali. Il ragionamento di Guido Carli ruotava attorno al però, congiunzione con valore avversativo. Che significava essere governativi? Molti dei suoi soci, Gianni Agnelli in primis, s'erano convinti che nulla avrebbe fermato il declino democristiano consentendo ai comunisti di entrare nel Governo, sfidando gli Usa, la Nato e quant'altro. Anche Carli aveva dato per scontata la sconfitta, e stava preparando i bagagli per trasferirsi in Tanzania. Lo richiamò in «servizio permanente effettivo», come amava rievocare, Enrico Cuccia, dominus di Mediobanca, «potere forte» in assoluto. Pilastro del Cuccia-pensiero: «Chiunque vinca o perda, Noi dobbiamo continuare!». Sferzante chiamata a raccolta dell'italico capitalismo, di quel poco che ne restava, fra le gambizzazioni delle Brigate Rosse, lo strapotere sindacale, le nazionalizzazioni a catena. L'amarcord si congiunge all'oggi. Sono trapassati i Carli, gli Agnelli e i Cuccia, e con loro tanti esponenti di una generazione che portò l'Italia ad essere la quinta potenza industriale dell'Occidente; sono franati i miti dell'Urss e della Cina dal socialismo reale, la globalizzazione imperversa; eppure l'establishment, all'avvicinarsi delle elezioni, si ritrova alle prese col sempiterno dilemma: chi appoggiare? Un decennio fa, imprenditori e banchieri optarono per il prodismo-dalemismo; e con le privatizzazioni non ebbero di che lagnarsi. E la Banca d'Italia di Antonio Fazio, paladino dell'italianità, mieteva consensi. Piede in due scarpe, al solito. Ci si accorge delle leggi di mercato, ed è il flirt con Berlusconi nel 2001. Silvio, uno di Noi! Sempre quel Noi incombente. Succede quel che sappiamo, e quanti altezzosi nel chiedere, di braccio corto nel concedere e nell'impegnarsi, nell'investire, mutano d'opinione. Il susseguirsi dei crack industriali e finanziari, il venir meno del protezionismo hanno dimostrato che in Italia i Poteri Forti sono, in realtà, con rarissime eccezioni, Poteri Deboli. Il che, tuttavia, non ne intacca la sicumera. Quale politica economica hanno in testa? Innanzitutto conservare le posizioni dominanti, sbarrando la strada a chiunque volesse conquistarsi uno spazio. Quasi non fossero stati, in altre stagioni, della stessa razza. Ed eccoli in gran numero tifare per il prodismo, mettersi in fila alle primarie... Poi, un atroce dubbio: e se quel diavolo di Silvio, che è pur sempre uno di Noi, dovesse farcela? Con la proporzionale, chissà! Mentre infuriano le battaglie sul «Corriere della Sera» e sulle banche, il presidente Montezemolo spariglia le carte, il governatore Fazio s'adegua. Diceva Guido Carli: «Mai ipotecare il futuro». Quasi non vi fosse già sufficiente confusione sotto il cielo piuttosto plumbeo della politica, confindustriali e banchieri si esibiscono in circensi, acrobatiche esibizioni. A garantirsi, chiunque vincerà ad aprile, che Noi si sia pronti con la cambiale. Logora ma sempre valida: privatizzare gli utili, pubblicizzare le perdite; e che a tirare la diligenza siano cavalli neri o bianchi, rossi o bigi che importa? Infatti, di programmi economici non v'è traccia, e a buon motivo: nessuno ha il coraggio di dire a muso duro a industriali e banchieri di parlar meno, di smetterla di complottare, per dedicarsi al loro mestiere. Ma dalle nostre parti, ciò risulta sconveniente: immaginarsi cosa scriverebbero i giornali, cosa direbbero le televisioni. Che, a differenza di ogni altro Paese progredito e democratico, sono «Cosa Loro».

Giancarlo Galli
(Avvenire - 21 Ottobre 2005)

postato da: Faramir alle ore 15:57 | Permalink | commenti
categoria:politica, banche, poteri forti
venerdì, 21 ottobre 2005

Sartori in Spagna spiega che il Papa è “aggressivo” e ci si vuole pappare

Il professor Giovanni Sartori, l’insigne scienziato della politica da noi ribattezzato Sartorius alla latina per la verve scolastica con cui ha sostenuto le tesi di San Tommaso d’Aquino per incitare gli italiani a votare contro la legge sulla fecondazione artificiale nello scorso giugno, con il successo che si conosce, è andato a prendere a Oviedo il meritato premio Principe delle Asturie. In quella bella località, il nostro Sartorius ha detto almeno tre cose riportate dalle agenzie di stampa sulle quali vale la pena di intrattenersi. La prima è che “c’è molta aggressività da parte del nuovo Papa, che si intromette parecchio nella politica italiana e dice come si deve votare, cosa che la Chiesa ha sempre fatto, ma adesso in forma assai più aperta”. La seconda è che “la Chiesa cattolica, nel corso dei secoli, non è stato un monumento di libertà e di civilizzazione e le attuali società liberali e democratiche non sono il risultato della dottrina e della esperienza della Chiesa, bensì del mondo laico, che respinse la sua intromissione e separò le sfere di Cesare e di Dio”. La terza è che “l’Italia ha la disgrazia di avere il Vaticano in casa”, e che si sta producendo una “reconquista” confessionale perché “la politica tende a cedere terreno davanti alla Chiesa”.
Al momento non ricordiamo chi mai abbia detto che occorre dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Ma ieri nel Foglio Sergio Soave riportava in un breve intervento sulla laicità questa citazione dal celebre libro di Toqueville, anche lui scienziato della politica, anche lui liberale meritevole di eventuali premi, sulla democrazia in America (1840): “Le religioni devono saper delimitare la propria sfera d’azione. Maometto, ad esempio, ha fatto discendere dal cielo e ha messo nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e penali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti degli uomini con Dio e fra di loro. Questa sola, fra mille ragioni, basterebbe a mostrare che la prima di queste religioni non potrà dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia”. Toqueville dunque ci esenta da ogni risposta al professore nostro beniamino. Bastano poche frettolose glosse al maestro dell’Ottocento liberale, per replicare terra terra a quello di Oviedo. L’aggressività del Papa è da dimostrare. Qui si vide l’aggressività laicista, con la bocciatura del commissario europeo cattolico in quanto cattolico e con l’appello al popolo per cancellare una legge del Parlamento in nome di idee mortifere per sterminate legioni di embrioni umani e per il nostro senso laico della vita. La Chiesa cattolica è stata molto oscurantista nel corso dei secoli, qui non ci piove, soprattutto se il giudizio è espresso con il metro di oggi. Ma Nerone, Attila, Carlo Magno, Enrico IV, Castruccio Castracani, Lodovico il Moro, vari Luigi, un Saint Just, uno Hitler e uno Stalin non è che abbiano scherzato. Il monumento alla libertà e alla civiltà lo hanno costruito in molti, a fatica, e sono in pochi oggi a difenderlo. E’ un monumento ancora incompiuto, il cui cemento è impastato di ebraismo, di cristianesimo e di umanesimo ateo. Assai cristiano è poi il concetto di “persona”: se la reconquista dovesse fare perno su quel concetto, come pare, viva la reconquista.

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lunedì, 17 ottobre 2005

Al direttore - Grossolano attacco alla religione e alla Chiesa cattolica in un rapporto, "Donne e religioni in Europa" presentato al Consiglio d'Europa due giorni fa da Rosemarie Zapfl-Helbling. Zurighese, membro autorevole del partito popolare, la Helbling ha perorato la difesa dei diritti delle donne europee con sconcertanti affermazioni e una serie di luoghi comuni anticattolici mescolati a evidenti falsità. Il tutto molto politically correct. Obiettivo della crociata la religione cattolica, più volte citata negli interventi in Aula dalla relatrice ed altri, responsabile di limitare i diritti delle donne o di minacciarli condannando il gentil sesso, come affermato nel rapporto, alle "violazioni più gravi dei diritti fondamentali come il crimine d'onore, i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili (!!!) che sono in aumento in alcune comunità europee". L'influenza religiosa, continua la filippica, è raramente inoffensiva perché "i diritti delle donne sono permanentemente e continuamente violati e minacciati" nel nome della religione che ha contribuito, attraverso stereotipi maschilisti "a conferire agli uomini un sentimento di superiorità che ha portato alla discriminazione della donna fino al ricorso alla violenza fisica". Ma una delle colpe più grandi attribuita alle credenze religiose "al fine dell'asservimento della donna" è il "rifiuto di mettere in discussione una cultura patriarcale che considera il ruolo della sposa, della madre e della donna di casa, come modello ideale". Francamente stupisce che possa rivivere ancora oggi in una rappresentante in Consiglio d'Europa del partito popolare europeo come la Rosemarie Helbling, un vetero femminismo così acre e demodé ma soprattutto fa meraviglia che questo furore antireligioso che non ha mai citato la condizione della donna islamica, sia diretto contro la Chiesa che ha consacrato da secoli la figura di Maria come sintesi di ogni virtù femminile e della santità. Dopo tutte queste premesse, la vibrata esortazione della Helbling a tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa a lottare contro le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati, ecc. perché "la libertà di religione trova i suoi limiti nel rispetto dei diritti della persona umana". Venga garantita, dunque, "la separazione necessaria tra Stato e Chiesa perché le donne non siano sottomesse a politiche e a leggi ispirate dalle religioni" in particolare riguardo alla famiglia, al divorzio e all'aborto. Infine l'ultima invocazione del Rapporto è rivolta agli Stati perché nessuna giovane, ancorché minorenne, debba essere costretta a sottomettersi a delle regole religiose o le sia impedita la libertà di movimento o ancora le sia vietato l'utilizzo dei contraccettivi da parte della famiglia o della comunità in cui vive. E' ovvia la preoccupazione per un simile linguaggio e per tesi che non trovano nessun sostegno nella realtà europea e nei fondamenti della religione cattolica, soprattutto se vengono attribuiti genericamente alla religione riti come le mutilazioni genitali femminili o consuetudini come i matrimoni forzati che ci sono totalmente sconosciuti. Ma l'ambiguità di fondo sta nel confondere il cattolicesimo o il sentimento religioso in generale con gli abusi, i crimini o le prevaricazioni che vengono fatti con il pretesto della religione o in nome della religione stessa. La zelante relatrice zurighese, anticattolica e membro del partito popolare europeo, dimentica che la conquista forse più grande della nostra civiltà, ossia la laicità dello Stato, ha da secoli tracciato una chiara demarcazione tra Stato e Chiesa. Stupisce che non se ne sia accorta e vale forse la pena ricordarle che è il rispetto della legge la garanzia dei diritti di ciascuno e le istituzioni democratiche la difesa di tutti. Inutile dire che decine di emendamenti, tesi a migliorare il testo, sono stati respinti e che il politically correct ha trionfato ancora una volta contro il buon senso e la verità. Nello stesso pomeriggio, in assemblea plenaria del Consiglio d'Europa, è stato ospitato il signor Ekmeleddin Ihsanoglu, Segretario generale dell'Organizzazione della Conferenza islamica, che ha illustrato i possibili punti di incontro tra l'Islam e le altre religioni. Vale la pena ricordare che nella Risoluzione n.12/31, approvata dalla stessa Conferenza islamica nel giugno 2004, circa il ruolo della donna nello sviluppo della società musulmana, si affermava che "si dovessero prendere misure appropriate per organizzare attività femminili a livello nazionale e internazionale nel rispetto della natura della donna e nel quadro delle restrizioni previste dalla Sharìa". E ancora, nel comunicato finale della stessa Conferenza , al comma 62, "si riafferma il diritto degli Stati islamici a preservare la loro specificità religiosa, sociale e culturale (...). Si fa appello ad astenersi da ogni utilizzo dell'universalità dei diritti dell'uomo come pretesto per l'ingerenza negli affari interni degli Stati islamici (...). Infine, si denuncia la decisione dell'Unione europea che condanna la lapidazione (delle adultere,ndr) e le altre pene qualificate come inumane che vengono applicate in alcuni Stati islamici in virtù delle disposizioni della Sharia". Non credo ci possano essere dubbi che i margini di dissenso con queste posizioni, così autorevolmente espresse dalla Conferenza islamica del 2004, siano molto ampi e facciano riflettere.
Fiorello Provera membro del Consiglio d'Europa

 

Risposta del Direttore:
Quanto al Consiglio d'Europa, a parte il resto, la considerazione fondamentale è che l'ozio è il padre dei vizi. Ma anche le fabbriche di carta e fotocopie debbono stare attente a quel che si scrive nelle risme e si passa al ciclostile. Dopodiché, meglio le piccole bestialità che lei cita dell'indifferenza e del correttismo, gentile presidente Provera. Il pensiero femminista moderno, di cui non c'è altro che una traccia caricaturale nelle espressioni da lei citate, ha una vertenza aperta con la Chiesa cattolica, e in questo non c'è scandalo. Lo ha riconosciuto l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina, Joseph Ratzinger, con la sua magnifica lettera ai vescovi sulla donna, che pubblicammo e discutemmo a lungo due anni fa.

Il Foglio (venerdì 7 ottobre 2005)

venerdì, 30 settembre 2005
di NICOLA MATTEUCCI
(Il Giornale, 28/09/2005)
 Ormai si avvicinano le primarie: il 16 ottobre è la data da tempo stabilita. Ma anche la campagna elettorale per le elezioni politiche è da tempo iniziata: la scelta è semplice perché si è a favore o contro Romano Prodi. In questa campagna pochi (forse nessuno) ci diranno chi è in realtà l'uomo Prodi. Per questa ricostruzione di una personalità vorrei offrire una testimonianza: ho conosciuto e frequentato Romano Prodi dal 1967 al 1996. È dunque una preistoria di Prodi che forse ci farà capire meglio il Prodi di oggi.  Ero membro e poi preside della facoltà di scienze politiche di Bologna. Un collega poi amico, Beniamino Andreatta, mi presentò Prodi: lo aveva chiamato da Milano come suo assistente. Prodi girava sempre con Paolo Onofri e Angelo Tantazzi, che poi fecero una più che meritata carriera. Io mi divertivo a chiamarli senza cattiveria «i tre bassotti» di Andreatta. Prodi, con il suo viso rotondo dove c'era il sorriso, ma anche una ben controllata mimica facciale, risultava a tutti assai simpatico. Voglio ora ricordare che Beniamino Andreatta ha dato sempre,  in privato e in pubblico, del lei a Romano, anche quando era ministro della Difesa e Prodi presidente del Consiglio. Me lo ha confermato poco prima di essere colpito in aula da un ictus che lo ha portato a un grande sonno.
Vincitore del concorso a cattedra, Romano Prodi rimane sul piano accademico un isolato. Ad una cena del Mulino in onore dell'economista Amartya Sen, Stefano Zamagni chiese a Prodi perché non avesse deciso di accedere al Dipartimento di economia. La risposta fu dura: «Perché non avrei spazio», lasciando stupito anche Zamagni. Così il solitario Prodi affittò alcune stanze (la grande sede di Nomisma è posteriore) dove aveva il suo spazio. Avendo un allievo, Fabio Gobbo, decise di presentarsi come giudice a un concorso nel quale lo impose. Gobbo era un giovane serio, ma allora non ancora scientificamente all'altezza di una cattedra: questo suscitò le violenti proteste di tutta la corporazione degli economisti. Alberto Quadrio Curzio, futuro preside della facoltà, preferì mettere tutto a tacere.  Ma la carriera accademica di Romano Prodi era finita. E così preferì fondare un istituto privato di ricerca, come Nomisma, o incarichi tra l'economia e la politica come la presidenza dell'Iri.
La frequentazione con Prodi si diede anche nell'ambito della associazione di cultura e politica il Mulino, della quale entrambi eravamo soci. Al Mulino talvolta si discuteva il modo con cui Prodi sceglieva i suoi collaboratori. Fra i soci dell'associazione c'era Umberto Paniccia da tutti stimato per la sua serietà e il suo rigore morale.  Dato che lavorava all'Iri lo segnalammo a Prodi. Incontrai Paniccia qualche tempo dopo e, interpellato, mi disse sinteticamente che aveva lasciato l'Iri. Nel contempo Prodi a Roma si accompagna a Massimo Ponzellini, che fece una fulminante carriera: dal '94 al 2002 infatti è stato vicepresidente della Bei, la Banca europea degli investimenti. Forse Prodi amava i fedeli, seguaci ed obbedienti, come Riccardo Franco Levi, che alla televisione trottella sempre al suo fianco (un tempo si credeva un grande giornalista!). Oggi forse sono il solo in Italia a ritenere che Arturo Parisi non sia un fedele seguace di Romano. Abbiamo lavorato tanto insieme per non apprezzare la sua intransigenza incapace di piccoli accorgimenti politici.
Per chiudere il capitolo dell'Iri rivelerò due episodi. Per caso ci incontrammo una volta sotto il portone di casa sua (avevo la macchina posteggiata in un garage di fronte). Lo rimproverai amichevolmente per aver trattato male il mio amico Franco Cingano, presidente della Banca Commerciale.  Mi rispose con arroganza e con durezza percuotendosi il petto: «La Banca Commerciale è mia», dimenticando che non era un proprietario, ma un semplice amministratore. Arrogante, ma anche in fondo pauroso. Ritenendo di aver perso la fiducia di Ciriaco De Mita, segretario della «Democrazia cristiana, temeva di essere arrestato. Alla fine del '93, dopo dieci ore di interrogatorio da parte del viceprocuratore Antonio Di Pietro (oggi suo alleato!) corse a chiedere consiglio a Filippo Mancuso, giudice alla Corte di Cassazione.  Mancuso gli disse che un consiglio poteva chiederlo a un avvocato e di ubbidire alla propria coscienza. Pauroso, ma anche vile: un anno e mezzo dopo, quando Mancuso perse i favori della sinistra, l'eroico Prodi lo definì un «cialtrone». Questo risulta dai giornali. Ma per una biografia di Romano Prodi bisognerà parlare di Nomisma e dell'Iri, due capitoli dei quali non posso dare una testimonianza diretta. Per chiudere torniamo al Mulino. Tra il '95 e il '96 in vista delle elezioni Romano Prodi annunciò pubblicamente la sua candidatura: era un fatto del tutto normale. Non fu certo normale quanto seguì: seppi che Romano Prodi aveva convocato a casa sua il presidente dell'associazione il Mulino per protestare duramente contro gli articoli miei, di Angelo Panebianco e forse di Ernesto Galli Della Loggia. Erano articoli pubblicati su diverse testate giornalistiche. Insomma: i soci dell'associazione dovevano fornire la base culturale del suo partito. Un amico socio del Mulino (se la memoria non mi tradisce Michele Salvati) mi disse di stare attento perché Romano era un essere vendicativo.  L'avvertimento mi lasciò indifferente perché nel campo scientifico il potere di Prodi era nullo e il Mulino avrebbe continuato a pubblicare i miei libri.
Mi è rimasta una curiosità. Se Massimo D'Alema voleva uno del Mulino, perché non puntare sul suo consigliere Nicola Rossi, da tutti stimato per la sua preparazione e la sua autonomia scientifica? Prodi sull'economia sa solo recitare battute e su questo giochiamo le prossime elezioni.
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martedì, 31 maggio 2005

Pubblico la seguente lettera di due amiche, incontrate su Internet grazie a questa campagna referendaria (qualcosa di buono l'ha fatto), anche se non condivido tutte le loro considerazioni, perché mi pare un contributo importante per comprendere la situazione. Inoltre aiuta a sfatare certi luoghi comuni molto diffusi e dimostra come, da prospettive completamente diverse, si possa convergere su determinate scelte concrete e di valori. (Gino)

Care amiche, cari amici,
siamo femministe, libertarie e di sinistra e al referendum del 12 giugno sulla legge 40 non andremo a votare.
Non ci  riconosciamo nello schieramento del Si né in quello del No e neppure nell'appello dei vescovi per l'astensione.
Vi spieghiamo le nostre ragioni, se avete voglia di leggerle, e vi passiamo alcuni links.

Con affetto,
Alessandra Di Pietro e Paola Tavella

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Siamo la prima generazione pienamente consapevole che si può essere fecondi e creativi anche senza avere figli, biologici o meno.
Siamo turbate dall'attuale offensiva politica e scientifica che esaspera il desiderio di maternità e paternità come essenza dell'essere una donna e un uomo completi.
Le tecniche di fecondazione assistita sono pesanti, invasive, grezze, ancora poco sicure e ignote nelle conseguenze, (
http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=004342), consegnano la procreazione nelle mani della tecnica e la sottraggono nei fatti, nel simbolico e nell'immaginario, al potere femminile che la governa con amore e saggezza fin dagli inizi del mondo.
Veniamo indotti a credere che i medici e gli scienziati siano sempre alleati benevoli del nostro desiderio e possano cancellare rischi, paure e malattie, ma l'esperienza su sessualità, contraccezione, parto e aborto ci ha insegnato che così non è. Medici e scienziati fanno di solito i loro interessi, non solo i nostri, e la procreazione medicalmente assistita è una potente chiave emotiva di un'operazione di marketing per far apparire le applicazioni dell'enorme business biotech soltanto un vantaggio e un progresso per l'umanità (
http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/r/rifkin.htm) e (http://italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=132)
Non siamo contrarie alle biotecnologie per principio e ci serviamo dei progressi che dobbiamo alla scienza, ma siamo diffidenti, caute e interessate a mantenere desto il nostro spirito critico, soprattutto perché è sulle donne e sulle sorti delle generazioni future che avviene la prima sperimentazione di massa del biotech sugli umani. Di questa diffidenza, di questa cautela, dell'esperienza critica del femminismo e dell'ambientalismo che riguarda corpi e scienza, salute e medicina, non c'è invece spazio nella campagna referendaria per il Si. Ma, a proposito di salute, basta spostare di poco l'attenzione dallo scontro elettorale, e magari dare una telefonata all'Istituto superiore di sanità, per scoprire che l'infertilità maschile e femminile è in crescita esponenziale, ma a nessuno - né ai legislatori né ai referendari - sembra importante intervenire sulle sue cause, che sono inquinamento, stress, problemi psicologici, lavori a rischio, malattie trasmesse per vie sessuale, sulla prevenzione, e sulle cure, che hanno alte possibilità di successo ma per le quali non ci sono investimenti di attenzione né di risorse pubbliche.
Noi contestiamo questa logica totalmente allopatica, che cura i sintomi e ne perpetua le radici, che divide l'essere umano in pezzi, che lo riduce a puro corpo malato. Non possiamo fare a meno di riflettere sul dato che dice che dal punto di vista strettamente medico l'infertilità è, fra il 14 e il 20%, sine causa. (
http://www.cecos.it/info_sterilita.php#DIMENSIONI%20DELLA%20STERILITA%20IN)
Pensiamo che l'uso della procreazione medicalmente assistita non vada banalizzato. Siamo preoccupate e sbalordite che la campagna referendaria abbia trasformato le mere condizioni di accesso a una tecnica in una "battaglia di civiltà e di libertà per le donne", e addirittura in un baluardo dell'autodeteminazione. Eppure noi c'eravamo quando il movimento delle donne, dopo Chernobyl e quando nacque Louise Brown, la prima bambina in provetta, si poneva con inquietudine le domande che ancora poniamo noi. Dove è finita questa riflessione?  E dov'è l'autodeterminazione se la pressione culturale che spinge verso la maternità tecnologica e l'affidamento acritico alla scienza è così forte, così avara di conoscenza e di informazione? Come mai non leggiamo sui giornali di sinistra che Vandana Shiva, Naomi Klein, le organizzazioni femministe e non solo nei Paesi Terzi, gran parte dei no global hanno posizioni durissime e diffidenti nei confronti delle tecniche di fecondazione assistita e di manipolazione degli embrioni?(
http://www.impegnoreferendum.it/NR/exeres/AF599094-B02A-4095-A525-FD5EA5862970.htm)
Non riusciamo a capire per quale ragione essere contrari alla manipolazione genetica del mais o dei pomodori e non a quella degli esseri umani.

Chiesa e scienziati si contendono l'embrione. Gli uni dicono che è di Dio, gli altri lo reclamano perché per la prima volta nella storia dell'umanità il mistero dell'inizio della vita, che è sempre stato celato agli sguardi e nascosto dentro di noi, può essere osservato, studiato, manipolato, clonato.
Su questo argomento molti, uomini e donne, sono a disagio, e non riescono a trovare una misura. Abbiamo sentito alcune/i dire che l'embrione è un grumo di cellule, altre/i sostenere che è già un bambino. Entrambe le tonalità emotive hanno il sapore della rimozione, dell'imbarazzo, dell'angoscia. Noi non intendiamo schierarci sulla natura dell'embrione dal punto di vista scientifico o spirituale, ma sappiamo che è sempre stato delle donne in virtù di una relazione carnale e non metafisica. Abbiamo deciso dalla notte dei tempi se farlo crescere o sbarazzarcene, se accoglierlo o respingerlo, se amarlo o detestarlo, e ci siamo comportate con saggezza, altrimenti nessuno di noi sarebbe qui a discuterne. Della nascita della vita noi, le donne, sappiamo più di chiunque. Come mai oggi, improvvisamente, non ci interessa la sorte degli embrioni? Siamo così ferme nel non volerli lasciare in custodia ai preti, ma ci sentiamo davvero tranquille nel permettere agli scienziati di scassinarli? I preti vogliono salvare le anime, gli scienziati ci raccontano di agire per il bene dell'umanità, ma sul bene dell'umanità lasceremo il monopolio a chi già fa crescere orecchie umane sui topi da laboratorio? (
http://www.bairo.info/Pag29.html)
Forse dovremmo dirci che la relazione con i misteriosi embrioni è titolarità della madre e di nessun altro, anche quando accetta che vengano prodotti fuori dal suo corpo, e partire da questa semplice verità per discutere.
Su questo punto però navighiamo nelle incertezze del mare aperto. Perché se abbiamo esperienza di gravidanza e di aborto, non ne abbiamo di procreazione medicalmente assistita. E' un territorio nuovo e inesplorato, minato e inquinato, quasi del tutto fuori dal nostro controllo. Che cosa sentiamo nei confronti dell'embrione? Che cosa dicono quelle che ne hanno prodotti, impiantati, congelati, conservati altrove? Abbiamo bisogno di ascoltare e di parlare, o altri lo faranno al nostro posto.
Ci sembra che questa riflessione sia coerente e niente affatto antagonista  con quello che pensiamo a proposito dell'aborto, su cui siamo state e saremo sempre militanti pro choice. Molte sono preoccupate che la soggettività dell'embrione introdotta dalla legge 40 metta in dubbio la nostra libertà, e anche noi lo siamo. Eppure, mentre sentiamo che sulla legge 194 - nonostante le perfidie e i tranelli della destra e del fondamentalismo cattolico - è stata chiarita la relazione carnale e di libero arbitrio della donna sul frutto del concepimento, oggi avvertiamo che la minaccia alla nostra libertà e alla nostra umanità si è spostata più avanti, sulle frontiere del biotech, là dove l'embrione è fuori di noi e quindi lo si dichiara non nostro, aprendo una gara per la sua custodia. Se è vero che si spalanca uno scenario inevitabile e destinato a trasformare il modo di pensare alla vita e alla sua creazione, questo ci riguarda per prime. La scienza deve fare i conti con la nostra etica del limite, con la nostra sapienza sulla maternità e sul rifiuto o l'indifferenza verso la maternità.

Cautele, dunque, e limiti, e una libera, ampia discussione, e pieno accesso alle informazioni, questo è quello che vogliamo. Vogliamo sapere quali conseguenze devono aspettarsi le donne sottoposte a pesanti stimolazioni ormonali, e che cosa succede alle coppie che affrontano questo percorso con successo o meno. Siamo preoccupate della salute fisica e psicologica dei bambini nati in provetta, rispetto alla quale non ci bastano le generiche assicurazioni di benessere che vengono dai medici che praticano la Pma, ma sono smentite da altri.

Se avessimo il potere di farlo, imporremmo una moratoria. E la nostra astensione chiede questo, non ci interessa con chi ci accompagniamo.
Si potrebbe obiettare che se i divieti della legge 40 venissero abrogati la discussione riprenderebbe su altre basi. Purtroppo non ci crediamo. Le argomentazioni dei referendari ci sono sembrate disoneste, ipocrite, e talvolta perfino manovrate dal potere economico, scientifico e tecnologico. Abbiamo aspettato che donne autorevoli dei partiti referendari, donne che stimiamo, di cui ci siamo fidate in più occasioni, esprimessero dubbi, offrissero tavoli di discussione, si sottraessero alle contrapposizioni ideologiche fra laici e cattolici e trovassero il coraggio di soluzioni controcorrente. Forse era una pretesa esagerata, ma l'abbiamo nutrita.
Così ci rassegniamo temporaneamente alla legge 40 perché, sia pure attraverso un percorso che non condividiamo, è cauta quanto noi siamo caute e limita pratiche che ci inquietano.
(
http://www.parlamento.it/parlam/leggi/04040l.htm)
In tutto il mondo le leggi bioetiche vengono costantemente riviste, aggiornate, riscritte, discusse da capo, perché i cambiamenti sono molto veloci. Succederà anche in Italia, e speriamo che per quel giorno in campo non ci siano slogan ma opinioni libere e informate.

Si dirà che potremmo votare No, e lo abbiamo preso seriamente in considerazione, ma non ce la sentiamo di difendere attivamente con il voto la legge 40 perché mette al centro la tutela dell'embrione e non quella delle donne, considerando l'uno un soggetto autonomo dall'altra, una strada non praticabile. Abrogare la soggettività del concepito ci interessava molto, e avremmo voluto poterlo fare, ma dopo aver letto il testo dei quesiti referendari abbiamo scoperto con grandissima rabbia che il terzo quesito, pubblicizzato come quello "in difesa dell'autodeterminazione della donna", abroga anche il divieto della diagnosi preimpianto, che a noi invece ad oggi preme mantenere. ((http://www.fiom.cgil.it/eventi/2005/ref_si/4_quesiti.htm)

Non ci piace la legge 40 perché stanzia fondi ridicoli e insufficienti su prevenzione e cura dell'infertilità, pone ipocritamente l'adozione come alternativa preferibile alle tecniche di Pma.
Non ci piace, infine, perché è segnata dal pessimo clima ideologico che l'ha prodotta. Siamo due convinte libertarie che avrebbero preferito un regolamento semplice, flessibile, rivedibile, realistico e di basso profilo, che diminuisse l'enfasi su queste tecniche senza venderle come una panacea e come un diritto sul quale misurare la libertà delle donne.

Ci preme dire con chiarezza che giudichiamo l'informazione sui quesiti un inganno: è una materia complessa, spinosa e difficile su cui, invece di creare consapevolezza, si è fatta propaganda. Da una parte e dall'altra si vuol vincere, non ragionare, discutere, capire. Dov'è la "battaglia di civiltà", se è basata su un imbroglio e fa leva sulle paure e sulle debolezze delle persone?
La controinformazione è stata il nostro mestiere per tanti anni. Siamo giornaliste, veniamo l'una da "Noidonne" e "Avvenimenti" e l'altra da "il manifesto". In questi mesi abbiamo letto, navigato in rete e siamo andate a caccia di quello che non viene proposto dai media ufficiali, abbiamo parlato con moltissime donne. E abbiamo avuto la possibilità di farci un'opinione libera, informata e critica.

Vi proponiamo quindi alcune pillole di controinformazione, oltre ai links da consultare direttamente, se ne avete voglia e tempo.

"La legge 40 impone tecniche lesive della salute e della dignità della donna, perché la produzione e il contemporaneo impianto di tre embrioni espone la donna a ripetere i cicli di stimolazione".
 La legge 40 infatti, impone di creare solo gli embrioni che si intende impiantare ed è ormai sconsigliato dalla pratica medica impiantarne più di tre alla volta, tanto che anche la legge Zapatero riconosce lo stesso limite di impianto per proteggere le donne da gravidanze plurigemellari. Molti medici ritengono inoltre che sia meglio sottoporre le donne a più cicli di stimolazione a basso dosaggio piuttosto che a un solo bombardamento a dosaggi molto alti, che può essere molto pesante, per produrre più ovuli possibile e poi congelare gli embrioni eccedenti e averli disponibili per successivi impianti. Secondo le stime della "National Summary and Fertility clinic reports" (US Departement of Healt and human service), per ogni trasferimento in utero si ha il 31,3%  di probabilità di nascita quando  si utilizzano embrioni non congelati,  quando si trasferiscono cioè immediatamente.  Se invece si utilizzano gli embrioni congelati  la percentuale scende al 17,6% . La discussione, quindi, verte sull'opportunità o meno di applicare alcuni protocolli medici, e il secondo e il terzo quesito referendario - quasi uguali e ai limiti della incomprensibilità - si potrebbero tradurre così: "Siete favorevoli ad eliminare il divieto presente nella legge 40 di crioconservare (congelare) gli embrioni in modo da non dover ripetere i cicli di stimolazione ormonale necessari a produrre gli ovuli da fecondare?". Va inoltre detto che alcuni operatori delle Pma lavorano ormai anche sulla crioconservazione degli ovuli e non degli embrioni, tecnica che ha dato risultati incoraggianti. Ma - e qui sta il punto che ci turba - i ginecologi impegnati sul fronte abolizionista  sono tutti favorevoli al congelamento degli embrioni, mentre i pionieri (e sono soprattutto pioniere, in verità) del congelamento degli ovuli sono dall'altra parte insieme ad altri genetisti e scienziati che lavorano sulla Pma ma in un'altra ottica. Perché chiedere ai cittadini di pronunciarsi sulla bontà o meno di una singola tecnica come se fosse un problema giuridico o morale, mentre in realtà la guerra in corso è fra lobbies scientifiche e economiche contrastanti?

"Le donne saranno costrette a farsi impiantare gli embrioni anche se malati".
Non è vero. Le linee guida di applicazione della legge 40 specificano che, nel rispetto dell'articolo 32 della Costituzione, nessun atto invasivo è permesso senza il consenso dell'interessata.
(
http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/procreazione_linee_guida/decreto.html)

"La legge 40 vieta la diagnosi preimpianto sugli embrioni, che permette di scoprire se l'embrione sia portatore di malattie genetiche".
La diagnosi preimpianto consiste nel prelievo (rischioso) di una cellula dall'embrione per analizzare la presenza di alcune malattie e scartare gli embrioni portatori. È una tecnica ancora imprecisa (il margine di errore del tre per cento costringe comunque ad una successiva amniocentesi), potrebbe funzionare solo in pochi casi di malattie monogeniche e non tiene conto di una elementare osservazione: molti di noi sono portatori di malattie che non si sviluppano nel corso della nostra vita perché anche i fattori ambientali hanno la loro importanza. Jacques Testart, uno scienziato francese molto progressista che pratica la fecondazione assistita, respinge anche la selezione embrionale sulla base della presenza di un solo gene, perché nulla sappiamo delle sue combinazioni con gli altri geni. E porta un esempio: nelle grandi pestilenze che in passato hanno afflitto l'umanità - e oggi nel caso dell'Aids - c'è una fetta di popolazione che rimane immune dalla malattia proprio perché portatrice di una mutazione genetica che la preserva. Con una diagnosi preimpianto gli embrioni portatori di un gene modificato sarebbero eliminati, impedendo alla natura di creare una riserva di persone resistenti alla malattia.
A noi sembra che la diagnosi preimpianto rischi di portarci verso  un'eugenetica che non si basa più sulla selezione dei tratti somatici (che comunque già avviene in paesi in cui è legale, come gli Stati Uniti) ma su un presunto criterio di salute ottimale e arbitrariamente deciso sulla base delle attuali conoscenze che domani potrebbero essere smentite proprio dal progresso scientifico. Anche in questo caso invochiamo cautela e vogliamo mettere al bando le illusioni di avere un figlio perfetto. Il rischio è insito nella vita e nel dare la vita, le donne lo sanno. E' giusto fare prevenzione, ma è una follia far credere che la scienza possa controllare l'incontrollabile e che a questo scopo sia giusto pagare qualunque prezzo.
Più studiamo questo argomento e più ci rendiamo conto che diagnosi preimpianto  è un terreno molto complicato dal punto di vista scientifico e etico, che sarebbe opportuno affrontare presa di coscienza dei vantaggi e degli svantaggi.

"La legge 40 proibisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali e blocca l'avanzamento di importanti ricerche per la cura di gravi malattie".
Questa argomentazione ci indigna più di altre perché i cittadini vengono convinti che per ragioni misteriose la legge in vigore sbarri la strada alla cura certa e immediata di malattie come il diabete, il morbo di Parkinson e l'Alzehimer, diffuse e temute. Ma non è vero. Finora tutte le sperimentazioni con cellule staminali embrionali sugli animali hanno dato esiti negativi, eppure la sperimentazione viene già fatta sulla natura umana. A tuttoggi non esiste nessun protocollo di cura con cellule staminali embrionali e anche i fan più accaniti ammettono che è un traguardo incerto e molto lontano. (
http://www.lucacoscioni.it/node/2486) . Ci chiediamo allora perché destinare fondi e personale di lavoro su una ricerca rischiosa e ancora agli inizi distraendoli da filoni già avviati. Cure con le staminali adulte sono già praticate - esistono 58 protocolli di cura - e proprio l'Italia ha ricercatori brillanti e internazionalmente riconosciuti in questo campo, tanto che la comunità scientifica stessa non è affatto compatta sui miracoli che vengono attribuiti alle staminali embrionali. (http://www.ecologiasociale.org/pg/biotecnologie_home.html). Noi ci diciamo che l'embrione non sarà un soggetto separato dalla madre, ma indubbiamente è un potenziale di vita. Non è meglio, dunque, applicare un principio di precauzione e rispetto piuttosto che lasciare ad eventuali dottor Stranamore le briglie sul collo? Secondo noi sì.

"La legge 40 vieta la fecondazione eterologa , ma i genitori sono coloro che crescono i figli e non chi fornisce il materiale biologico".
Non ci interessa la tutela della famiglia patriarcale né di quella biologica come  vorrebbero i cattolici contrari all'eterologa. Ci piacciono tutte le combinazioni familiari, comprese quelle omosex. Ma siamo colpite dal fatto che quando si parla di eterologa la scena è dominata dallo sperma, mentre nessuno o quasi nomina la donazione di ovuli, che pure è la parte più complicata. Per donare gli ovuli bisogna fare apposite stimolazioni e un intervento ad hoc per asportarli. Proprio la maggiore complicazione fisica espone le più povere delle terra a diventare serbatoio di ovuli. Esiste già un fiorente mercato, alimentato non solo dalle coppie sterili ma anche dalla scienza, che ha bisogno di un numero enorme di ovuli per le sperimentazioni.
Siamo inoltre fermamente contrarie all'anonimato del donatore di materiale biologico e l'esperienza della liberale Inghilterra dovrebbe insegnare qualcosa (da aprile, al compimento del 18 anno è possibile conoscere il proprio genitore biologico). Anche chi è adottato può non sapere delle sue origini ma nessuna legge gli impedisce di andarle a cercare. In Svezia l'eterologa è stata vietata di recente per ragioni molto laiche: il numero di separazioni tra chi l'aveva fatta erano il doppio che nelle altre coppie. Anche gli psicanalisti avvertono: l'ordine simbolico familiare è profondamente modificato e ricomporlo non è una faccenda risolvibile solo nelle relazioni private.
E poi l'esperienza omosessuale di un desiderio di paternità e maternità, spesso citata come argomentazione progressista a favore della liberalizzazione delle tecniche di Pma, è molto più complessa e interessante di quanto si creda. Molti e molte non si arrendono alla soluzione scientifica che viene loro proposta come unica possibilità, ma cercano altre vie. Conosciamo maschi gay che hanno stipulato in amicizia accordi con femmine gay, e hanno concepito figli a letto o con i kit fai-da-te, in modo che i bambini nascessero per vie naturali e sapendo chi sono i loro genitori. Un amico gay americano che desiderava un figlio ci ha raccontato che, di fronte al medico che gli proponeva di comperare un ovulo da una donna colombiana, fecondarlo con il suo sperma, reimpiantare l'embrione dentro la donatrice pagandola come utero in affitto, ha pensato: "Preferisco di gran lunga andare a letto con una mia amica e avere un bambino con lei", e così ha fatto.

Con questo scritto non vogliamo convincere nessuno a fare come noi ma testimoniare una passione politica e una posizione femminista, di minoranza, che non ha voce. Ci piacerebbe seminare qualche dubbio, ma soprattutto il desiderio di chiudere le orecchie alla propaganda del capitalismo biotech che ha incantato anche la sinistra e di cercare, indagare, riflettere, parlare con le altre. In questi mesi abbiamo fatto una curiosa esperienza. Basta nominare questo argomento per essere subissate di domande. Tante donne e tanti uomini sentono che quel che la propaganda dice non è vero, che c'è di più e che la faccenda è di importanza cruciale. Lo sanno con il corpo, madri o non madri, padri o non padri che siano. 

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venerdì, 18 febbraio 2005

Certe sicurezze sulla vita sono più giuste, allegre e belle di certe sottigliezze

Giuliano Amato aveva commentato criticamente l’esposizione del punto di vista cattolico sulla procreazione assistita, espresso da monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. E ora il monsignore replica a sua volta, giudicando “sofistiche” le obiezioni dell’ex premier. Effettivamente, a leggere, tra gli argomenti di Amato, che “la circolazione provoca morti, ma non si impedisce la circolazione per evitarli”, si ha l’impressione che Sgreccia abbia colto nel segno. La circolazione è un’esigenza ineliminabile, la distruzione in laboratorio degli embrioni umani non ha la stessa irrecusabile urgenza.
Il punto centrale su cui le opinioni divergono riguarda il momento in cui inizia la vita umana. Per il prelato, come per lo scienziato Edoardo Boncinelli e mille altri, questo accade quando l’ovulo è fecondato, mentre secondo Amato lo stadio di embrione si determina solo “dopo”, anche se non precisa quando. Manipolare l’ovulo fecondato in una fase in cui non è ancora embrione, quindi, non interferirebbe con la vita. Si tratta di una materia sulla quale gli scienziati non hanno una visione univoca. D’altra parte la scienza cerca di capire come funziona il fenomeno “vita”, ma non è attrezzata a definire che cos’è. Si può sostenere che la visione cattolica, seppure descritta come antropologica e non fideistica, definisca il momento di nascita della vita in modo dogmatico. In questo caso, però, anche per un laico, il dogma appare preferibile al sofisma, in base a un principio, quello di precauzione, di cui si fa largo e talora disinvolto uso in campi assai meno cruciali di quello della vita umana. Secondo questo principio, quando non c’è certezza scientifica sulla pericolosità per l’uomo di qualche agente, è meglio evitarlo. Per questo si è legiferato contro il cosiddetto elettrosmog, che secondo la maggor parte degli scienziati semplicemente non esiste. E’ su questa base che si combattono battaglie ecologistiche contro la manipolazione genetica del mais, anche se il mais transgenico nutre da più di un decennio centinaia di milioni di persone e di animali senza che si siano constatati effetti negativi. Se la vita inizi all’atto della fecondazione, come dice “dogmaticamente” Sgreccia, o qualche ora dopo, come dice “sofisticamente” Amato, non si sa con certezza. Quel che è certo è che è moralmente e intuitivamente giusto, allegro e bello salvaguardare l’integrità della vita umana e proibirci di crearla per distruggerla, usandola come mezzo. Se questo è dogmatismo, bisognerà che il pensiero sofistico trovi nuove sottigliezze per convincere.

IL FOGLIO - Venerdì 18 Febbraio 2005

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sabato, 29 gennaio 2005

Scrive Christian Rocca sul Foglio di ieri che la legge 40 è “una legge che si prefigge di regolamentare la fecondazione assistita, ma che in realtà la impedisce… Sarebbe stato più corretto proporre un testo di sette parole: la procreazione medicalmente assistita è vietata”. Rocca è male informato. Claudio Manna, docente a Tor Vergara, uno dei massimi esperti italiani di Fiv, intervistato da Tempi dice che “la legge 40 non pone grandi problemi a chi pratica la fecondazione in vitro” e che la “percentuale di successi non si è statisticamente modificata”. Lo conferma suo malgrado anche il professor Giuseppe De Placido, presidente della Società italiana della riproduzione, che attacca la legge 40 ma non può presentare altro che un miserando sei per cento (stimato) in meno di nascite, nel periodo febbraio-dicembre 2004, dopo l’entrata in vigore della legge, rispetto allo stesso periodo del 2003. Senza nuovi embrioni sovrannumerari lasciati nei congelatori, però, e scusate se è poco.
Scrive ancora Rocca che “l’editto taleban-vaticano numero 40, parzialmente corretto dalle linee guida attuative, impone al medico di non scartare anatema) e di non destinare alla ricerca (giammai) gli embrioni destinati comunque a morire”. Ma quali sarebbero gli embrioni “destinati a morire”? La legge stabilisce che “è proibita ogni diagnosi preimpianto a finalità eugenetica. Ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro… dovrà essere di tipo osservazionale. Qualora dall’indagine vengano evidenziate gravi anomalie irreversibili dello sviluppo di un embrione, il medico responsabile della struttura ne informa la coppia. Ove in tal caso il trasferimento dell’embrione, non coercibile, non risulti attuato, la coltura in vitro del medesimo deve essere mantenuta fino al suo estinguersi”.
Tradotto: se l’embrione è visibilmente malformato, e quindi destinato a morire, la legge non si sogna di imporne l’impianto. Impianto che, del resto, è “non coercibile”, ovvero non può essere imposto, mai.
Ma Rocca arriva al dunque: “Oggi – ha scritto Angelo L. Vescovi (importante ricercatore del San Raffaele nel campo delle staminali adulte, ndr) – le uniche terapie esistenti nascono dalle cellule staminali adulte, non da quelle embrionali. Bene, benissimo e infatti nessuno l’ha mai negato”.
Oddio, veramente c’è chi l’ha negato. Il segretario dei radicali italiani, Daniele Capezzone, per esempio. Come riportato dal Corriere della Sera di domenica scorsa, a margine del terzo congresso dell’Associazione Luca Coscioni, Capezzone ha testualmente dichiarato che equiparare un embrione a un malato ha come conseguenza quella di “proibire terapie, imporre sofferenze, chiudere alcuni tra i più promettenti percorsi di ricerca”. Ma quali sarebbero, di grazia, le terapie da “proibire”? E quali le sofferenze da impedire che oggi dipenderebbero dall’uso di staminali embrionali? Per quanto riguarda i “promettenti percorsi di ricerca”, rimando Rocca a quanto spiegato dallo stesso professor Vescovi durante la puntata di “Otto e mezzo” di mercoledì scorso. La ricerca sulle staminali embrionali, ha detto lo scienziato, la stiamo facendo anche in Italia: sul modello animale, topi, scimpanzè e altri mammiferi. Se si otterranno risultati, che per ora sono di là da venire, allora si potranno discutere sia la possibilità sia le modalità di applicazione delle eventuali scoperte agli esseri umani. Solitamente la scienza procede così. Ma nel caso delle staminali embrionali, vista l’abbondanza del “materiale” a disposizione (centinaia di migliaia di embrioni “orfani” nei congelatori di tutto il mondo, trentamila solo in Italia, destinati a moltiplicarsi senza fine se venisse approvato il quesito referendario che abroga il tetto massimo di tre embrioni per ciclo di fecondazione) c’è chi pensa – ed è incredibile che accada – di saltare a pié pari la fase di ricerca sugli animali. Molto altro ancora ci sarebbe da obiettare nel merito delle obiezioni di Christian Rocca. Mi preme però, come questione di metodo, dirgli che “preferire l’embrione-vita alla vita-di-Coscioni”, come ci accusa di fare , equivale a evocare il miracolo che non c’è.
Nicoletta Tiliacos

IL FOGLIO - VENERDÌ 28 GENNAIO 2005

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sabato, 29 gennaio 2005

Di Coscioni è stata fatta una bandiera al servizio del pregiudizio scientista

Finalmente è stata fatta chiarezza. Antonio Socci ha avuto il merito di porre la domanda giusta, ovvero: chi nega che l’embrione sia un essere umano fin dagli inizi ci dica in quale preciso successivo istante lo diventa. Gli ha risposto Edoardo Boncinelli dicendo in sostanza: l’ora X non esiste, non esiste una risposta scientifica a questa domanda, quando un embrione diventi persona è una domanda che esula dalla biologia e dalla scienza. Aggiungendo che però questa è la domanda decisiva “alla quale tutti siamo chiamati a dare una risposta, anche provvisoria e rivedibile.
Per noi e per i nostri figli”. Insomma “non possiamo chiedere alla natura o alla scienza di cavare le castagne dal fuoco al posto nostro. Occorre prenderci le nostre responsabilità e fissare dei limiti” perché questa “è una scelta che spetta all’uomo in un’autentica prospettiva umanistica”.
Alla buon’ora. Non che fossimo stati in pochi a dire che la questione è essenzialmente etica e non risolubile in termini scientifici. Ma non avevamo sentito finora molti scienziati porre la questione in modo così chiaro e intellettualmente onesto.
Può sembrare banale ma non lo è per niente. E lo dimostrano le sistematiche impasse in cui finiscono tutti i dibattiti “scientifici” sulla questione: perché quando si arriva al punto di rispondere alla domanda di quali siano i limiti della scienza nel campo della manipolazione biologica, ci si divide inevitabilmente sulla concezione dell’uomo e della vita. La scienza non ha nulla da dire sul concetto di persona e neanche sulla natura della vita e l’affermazione che l’uomo ha una “dignità”, come diceva Pico della Mirandola, o è un “fine”, come diceva Kant, non è decidibile nel contesto della biologia. Perciò Boncinelli ha fatto chiarezza, escludendo che la controversia possa essere risolta con inutili chiacchiericci in cui tutti si improvvisano specialisti di genetica e, alla fine, gli specialisti si mostrano – guarda caso – divisi essenzialmente sulla questione etica.
Spazzato il campo dall’assurda diatriba su quando l’anima entri nell’embrione, e ammesso che tutti ci si metta d’accordo che l’embrione è vita fin dal primo istante, ci si dividerà sul valore da attribuire alla vita umana: ovvero ci si dividerà sull’alternativa se l’uomo sia un fine, se abbia speciale dignità, da preservare al massimo; oppure se l’uomo non sia altro che un oggetto, un mezzo, una macchina. Dal secondo punto di vista discende la possibilità di manipolarlo a volontà, di usarlo come insieme di pezzi di ricambio, di costruire uomini mediante la combinazione di pezzi di altri uomini, come si fa con le macchine. Oppure, di accettare forme di manipolazione più moderate, secondo la proposta di Boncinelli, stabilendo una soglia convenzionale e “accettabile” oltre la quale non è consentito intervenire sulla nuova vita. Ma il punto è che l’idea che l’uomo sia una macchina non è un’idea scientifica,  é scientificamente dimostrabile, come ho cercato di mettere in luce in un recente libro. Essa è espressione di una metafisica meccanicistica e materialistica che può ben accompagnarsi alla prassi scientifica ma non ne è affatto il necessario complemento. Chi va in giro a dire che la scienza non può non accompagnarsi al naturalismo, al materialismo e anche all’ateismo, o non sa quel che dice o parla in malafede. Il concetto di legge scientifica ha storicamente una radice teologica e la scienza ha convissuto tranquillamente con lo spiritualismo e con la religione per qualche secolo. Soltanto da un secolo circa si vuol far credere che la scienza non possa vivere senza materialismo: un’ideologia, come osservò in anni recenti Popper, tanto di moda nelle università quanto inconsistente.
Se, dal punto di vista biologico, non c’è discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre, resta soltanto il dilemma etico: qual è il posto dell’uomo e quale destino vogliamo costruirci? Chi pensa che l’embrione sia un “ricciolo” di materia, non può non pensare che l’individuo adulto sia un “malloppo” di materia, e quindi non può vedere ostacoli a farne uso come di una macchina.
Perciò il confronto è tra diverse concezioni dell’uomo e del suo posto nel mondo. Si deve avere il coraggio di dire se si pensa che l’uomo sia una macchina oppure no, e accettarne le conseguenze.
Il resto è inutile chiacchiera.
Tuttavia, non possiamo abbandonare il discorso sulla scienza prima di aver detto qualcosa circa l’uso strumentale che se ne sta facendo. Difatti, l’esigenza di lasciare piena (o quasi piena) libertà alla manipolazione degli embrioni viene sostenuta con l’argomento che la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali può permettere di curare numerose malattie genetiche. Su questo tema si sta facendo un gran clamore, dicendo che la “sciagurata” legge 40 è un ostacolo alla possibile guarigione di tanti malati.
Sul Corriere della Sera del 20 gennaio, Gian Antonio Stella invitava a non fare baccano e a discutere razionalmente. Giustissimo.
Ma al lettore che, assieme al Corriere, si vedeva consegnata una copia del Magazine questo invito faceva venire in mente la parabola evangelica della pagliuzza e della trave. Altro che baccano!
Come un gran cazzotto sul tavolo, sotto la foto di Luca Coscioni, “L’uomo della libertà di ricerca scientifica”, si leggeva che “la sperimentazione sulle staminali potrebbe salvargli la vita”. E all’interno: “Un corpo immobile eppure contundente. Che fa male, che fa star male quando ti chiede la libertà di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura… Un corpo aggredito dalla malattia degenerativa. E pure dall’ignoranza… Un corpo ostaggio della politica…”.
Inqualificabile.
Inqualificabile innanzitutto per un banale motivo:
esistono molti paesi dove la manipolazione delle staminali embrionali è libera e dove si fa ricerca. Se Coscioni non la cerca in quei paesi è perché non c’è nulla da trovare e nulla ancora è stato trovato.
Sarebbe quindi l’Italia l’unico mitico luogo in cui la sperimentazione può condurre a un risultato positivo tale da guarire in tempi brevissimi i malati come Coscioni?
Ci si sta prendendo tutti per deficienti?
Inqualificabile per un secondo motivo.
Chiunque di noi fosse così malato – e anche meno, come tante esperienze personali dimostrano – si aggrapperebbe a ogni speranza, berrebbe la prima pozione offertagli per strada, e guarderebbe alla scienza come a una mitica e onnipotente forza salvifica. E’ così, potrebbe toccare a ciascuno di noi, e non dobbiamo altro che inchinarci con rispetto di fronte al dolore.
Quindi, non certamente a Coscioni, ma a chi parla del suo caso in quel modo va chiesto: ma sul serio credete che la scienza sia una mitica e onnipotente forza salvifica?
Alla figura del mago associamo l’immagine di manipolazioni e di recitazioni di formule cui segue il miracolo della guarigione – sebbene gli stregoni africani, assai più dignitosamente, si guardino bene dall’attribuire al loro intervento un carattere salvifico immediato. Ma lo scienziato non è un mago. Egli avanza a fatica nella conoscenza e nel dominio dei fatti di cui si occupa, non meno di un letterato che faccia l’esegesi di un manoscritto. E’ forse la sciagurata idea che la scienza sia una banale procedura di “problem solving” a indurre molti a credere che la scienziato operi al seguente modo: qualcuno gli pone un problema, lui imbocca la porta del laboratorio, fa esperimenti, trova la soluzione, e in tempi rapidi, altrimenti viene “valutato” come incapace dagli organi competenti e perde i fondi per la ricerca. Se si avesse un minimo di conoscenza della storia della scienza, si saprebbe quando complesse, tortuose e impreviste siano le vie della scoperta, spesso seminate di ostacoli imprevisti e insuperabili e talora di sorprese inattese. E’ probabile che Fleming non abbia scoperto la penicillina per caso.
Ma la scoperta di altri principi curativi fondamentali in medicina ha una storia a dir poco sorprendente. Tale è il caso dell’aspirina, forse il medicamento più celebre della storia. Si osservò che il salice prospera in ambienti umidi e, ritenendo che l’umidità sia la causa dei reumatismi, si pensò che nella corteccia potesse esistere un principio antagonista di questa affezione.
Di fatto, la salicina – da cui l’acido acetilsalicilico sintetico – si è rivelata utile. Ma l’idea con cui si arrivò alla scoperta è a dir poco bizzarra e priva di qualsiasi fondamento: perché i reumatismi non sono causalmente determinati dall’umidità e, soprattutto, perché era pura fantasia pensare che il salice dovesse contenere una sostanza utile soltanto perché convive bene con l’acqua. Tanto valeva cercare qualcosa nei pesci… Eppure funzionò.
Chi voglia formarsi un’idea razionale, e non mitologica, della ricerca scientifica, dovrebbe studiarne il percorso storico tortuoso, complesso e accidentato e ricavarne la lezione che la scienza non offre soluzioni miracolistiche. Sarebbe un contributo alla diffusione della razionalità e della cultura scientifica nel nostro paese, dove si strombazza tutti i giorni questa necessità e poi si opera in senso opposto, coltivando il più becero irrazionalismo travestito di “scientificità”. Pertanto chi ha scritto che il corpo di Coscioni è aggredito dall’ignoranza sta semplicemente propalando ignoranza e superstizioni a piene mani.
Si parla di “libertà della ricerca scientifica”.
Ma gli enfatici difensori della libertà della ricerca non dicono mai che, comunque si consideri la questione, la ricerca scientifica non può essere completamente libera.
Persino nel caso degli animali, che sono collocati a un gradino molto più basso di quello umano, visto che sono utilizzati massivamente nella sperimentazione medica, si levano voci tese a limitare abusi nei loro confronti. Tale è il caso della lotta contro la vivisezione, i cui promotori dovrebbero essere considerati – alla luce del principio della libertà della ricerca – degli oscurantisti che ostacolano la salvezza di tante vite umane. Viene al riguardo da chiedersi chi, quando e come abbia deciso che l’embrione umano abbia uno statuto uguale o inferiore a quello degli animali da laboratorio.
La scienza, e la medicina, hanno dovuto sempre fare i conti con ostacoli etici. La conoscenza dell’anatomia umana non sarebbe potuta svilupparsi senza la dissezione dei cadaveri, ma bisogna ammettere che non si tratta di una pratica facilmente accettabile: chi vedrebbe a cuor leggero un parente squartato sia pure per il bene del prossimo? Viceversa, la sperimentazione cruenta su individui viventi, magari su soggetti “difettosi” o “socialmente nocivi” è stata considerata sempre inammissibile, eccetto che nei campi di concentramento nazisti, dove si facevano esperienze di resistenza al gelo sui reclusi, le quali forse potevano anche portare a progressi della conoscenza…
Visto che è generalmente ammesso che la scienza non possa procedere in piena libertà, sarebbe più onesto fare i conti con l’esistenza di un sistema di principi morali che in qualche modo ci guida, invece che tentare ipocritamente di scaricare il problema sulla scienza medesima o su mal posti principi di “utilità” sociale.
Oltre al retorico e strumentale tema della “libertà” della ricerca, i temi che vengono avanzati da coloro che si battono per l’abrogazione della legge sulla procreazione assistita sono sostanzialmente tre: la libertà di decidere senza intrusioni da parte dello Stato, l’esigenza di preservare la salute e l’autodeterminazione della donna, e – a difesa di pratiche come l’inseminazione eterologa – l’idea della variabilità storica del concetto di famiglia.
La libertà di decidere senza intrusioni da parte dello Stato è una contraddizione in termini in una società liberaldemocratica, in cui lo Stato ha la funzione di contemperare armonicamente le istanze dei singoli o dei gruppi. A meno che non si auspichi la sua trasformazione in una società comunitarista, in cui lo Stato concede a ogni sottogruppo, o addirittura ai singoli, la libertà di auto-organizzarsi secondo i propri principi morali, religiosi o ideologici, per esempio concedendo l’applicazione della sharia in quartieri a prevalente popolazione islamica. E’ bizzarro notare che i sostenitori di un siffatto punto di vista sono per lo più adoratori del sistema statunitense, il che fa pensare che ne abbiano un’idea simile a quella che ispirava la vecchia canzone “Tu vuo’ fa l’americano” di Renato Carosone. Negli Stati Uniti, lo Stato compie pesanti interventi in domini ritenuti di rilevante valore sociale o sanitario, e l’ingestione di una modica quantità di alcool da parte di un conducente di automobile può portare a pesanti conseguenze. E’