Di Coscioni è stata fatta una bandiera al servizio del pregiudizio scientista
Finalmente è stata fatta chiarezza. Antonio Socci ha avuto il merito di porre la domanda giusta, ovvero: chi nega che l’embrione sia un essere umano fin dagli inizi ci dica in quale preciso successivo istante lo diventa. Gli ha risposto Edoardo Boncinelli dicendo in sostanza: l’ora X non esiste, non esiste una risposta scientifica a questa domanda, quando un embrione diventi persona è una domanda che esula dalla biologia e dalla scienza. Aggiungendo che però questa è la domanda decisiva “alla quale tutti siamo chiamati a dare una risposta, anche provvisoria e rivedibile.
Per noi e per i nostri figli”. Insomma “non possiamo chiedere alla natura o alla scienza di cavare le castagne dal fuoco al posto nostro. Occorre prenderci le nostre responsabilità e fissare dei limiti” perché questa “è una scelta che spetta all’uomo in un’autentica prospettiva umanistica”.
Alla buon’ora. Non che fossimo stati in pochi a dire che la questione è essenzialmente etica e non risolubile in termini scientifici. Ma non avevamo sentito finora molti scienziati porre la questione in modo così chiaro e intellettualmente onesto.
Può sembrare banale ma non lo è per niente. E lo dimostrano le sistematiche impasse in cui finiscono tutti i dibattiti “scientifici” sulla questione: perché quando si arriva al punto di rispondere alla domanda di quali siano i limiti della scienza nel campo della manipolazione biologica, ci si divide inevitabilmente sulla concezione dell’uomo e della vita. La scienza non ha nulla da dire sul concetto di persona e neanche sulla natura della vita e l’affermazione che l’uomo ha una “dignità”, come diceva Pico della Mirandola, o è un “fine”, come diceva Kant, non è decidibile nel contesto della biologia. Perciò Boncinelli ha fatto chiarezza, escludendo che la controversia possa essere risolta con inutili chiacchiericci in cui tutti si improvvisano specialisti di genetica e, alla fine, gli specialisti si mostrano – guarda caso – divisi essenzialmente sulla questione etica.
Spazzato il campo dall’assurda diatriba su quando l’anima entri nell’embrione, e ammesso che tutti ci si metta d’accordo che l’embrione è vita fin dal primo istante, ci si dividerà sul valore da attribuire alla vita umana: ovvero ci si dividerà sull’alternativa se l’uomo sia un fine, se abbia speciale dignità, da preservare al massimo; oppure se l’uomo non sia altro che un oggetto, un mezzo, una macchina. Dal secondo punto di vista discende la possibilità di manipolarlo a volontà, di usarlo come insieme di pezzi di ricambio, di costruire uomini mediante la combinazione di pezzi di altri uomini, come si fa con le macchine. Oppure, di accettare forme di manipolazione più moderate, secondo la proposta di Boncinelli, stabilendo una soglia convenzionale e “accettabile” oltre la quale non è consentito intervenire sulla nuova vita. Ma il punto è che l’idea che l’uomo sia una macchina non è un’idea scientifica, é scientificamente dimostrabile, come ho cercato di mettere in luce in un recente libro. Essa è espressione di una metafisica meccanicistica e materialistica che può ben accompagnarsi alla prassi scientifica ma non ne è affatto il necessario complemento. Chi va in giro a dire che la scienza non può non accompagnarsi al naturalismo, al materialismo e anche all’ateismo, o non sa quel che dice o parla in malafede. Il concetto di legge scientifica ha storicamente una radice teologica e la scienza ha convissuto tranquillamente con lo spiritualismo e con la religione per qualche secolo. Soltanto da un secolo circa si vuol far credere che la scienza non possa vivere senza materialismo: un’ideologia, come osservò in anni recenti Popper, tanto di moda nelle università quanto inconsistente.
Se, dal punto di vista biologico, non c’è discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre, resta soltanto il dilemma etico: qual è il posto dell’uomo e quale destino vogliamo costruirci? Chi pensa che l’embrione sia un “ricciolo” di materia, non può non pensare che l’individuo adulto sia un “malloppo” di materia, e quindi non può vedere ostacoli a farne uso come di una macchina. Perciò il confronto è tra diverse concezioni dell’uomo e del suo posto nel mondo. Si deve avere il coraggio di dire se si pensa che l’uomo sia una macchina oppure no, e accettarne le conseguenze.
Il resto è inutile chiacchiera.
Tuttavia, non possiamo abbandonare il discorso sulla scienza prima di aver detto qualcosa circa l’uso strumentale che se ne sta facendo. Difatti, l’esigenza di lasciare piena (o quasi piena) libertà alla manipolazione degli embrioni viene sostenuta con l’argomento che la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali può permettere di curare numerose malattie genetiche. Su questo tema si sta facendo un gran clamore, dicendo che la “sciagurata” legge 40 è un ostacolo alla possibile guarigione di tanti malati.
Sul Corriere della Sera del 20 gennaio, Gian Antonio Stella invitava a non fare baccano e a discutere razionalmente. Giustissimo.
Ma al lettore che, assieme al Corriere, si vedeva consegnata una copia del Magazine questo invito faceva venire in mente la parabola evangelica della pagliuzza e della trave. Altro che baccano!
Come un gran cazzotto sul tavolo, sotto la foto di Luca Coscioni, “L’uomo della libertà di ricerca scientifica”, si leggeva che “la sperimentazione sulle staminali potrebbe salvargli la vita”. E all’interno: “Un corpo immobile eppure contundente. Che fa male, che fa star male quando ti chiede la libertà di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura… Un corpo aggredito dalla malattia degenerativa. E pure dall’ignoranza… Un corpo ostaggio della politica…”.
Inqualificabile.
Inqualificabile innanzitutto per un banale motivo: esistono molti paesi dove la manipolazione delle staminali embrionali è libera e dove si fa ricerca. Se Coscioni non la cerca in quei paesi è perché non c’è nulla da trovare e nulla ancora è stato trovato.
Sarebbe quindi l’Italia l’unico mitico luogo in cui la sperimentazione può condurre a un risultato positivo tale da guarire in tempi brevissimi i malati come Coscioni?
Ci si sta prendendo tutti per deficienti?
Inqualificabile per un secondo motivo.
Chiunque di noi fosse così malato – e anche meno, come tante esperienze personali dimostrano – si aggrapperebbe a ogni speranza, berrebbe la prima pozione offertagli per strada, e guarderebbe alla scienza come a una mitica e onnipotente forza salvifica. E’ così, potrebbe toccare a ciascuno di noi, e non dobbiamo altro che inchinarci con rispetto di fronte al dolore.
Quindi, non certamente a Coscioni, ma a chi parla del suo caso in quel modo va chiesto: ma sul serio credete che la scienza sia una mitica e onnipotente forza salvifica?
Alla figura del mago associamo l’immagine di manipolazioni e di recitazioni di formule cui segue il miracolo della guarigione – sebbene gli stregoni africani, assai più dignitosamente, si guardino bene dall’attribuire al loro intervento un carattere salvifico immediato. Ma lo scienziato non è un mago. Egli avanza a fatica nella conoscenza e nel dominio dei fatti di cui si occupa, non meno di un letterato che faccia l’esegesi di un manoscritto. E’ forse la sciagurata idea che la scienza sia una banale procedura di “problem solving” a indurre molti a credere che la scienziato operi al seguente modo: qualcuno gli pone un problema, lui imbocca la porta del laboratorio, fa esperimenti, trova la soluzione, e in tempi rapidi, altrimenti viene “valutato” come incapace dagli organi competenti e perde i fondi per la ricerca. Se si avesse un minimo di conoscenza della storia della scienza, si saprebbe quando complesse, tortuose e impreviste siano le vie della scoperta, spesso seminate di ostacoli imprevisti e insuperabili e talora di sorprese inattese. E’ probabile che Fleming non abbia scoperto la penicillina per caso.
Ma la scoperta di altri principi curativi fondamentali in medicina ha una storia a dir poco sorprendente. Tale è il caso dell’aspirina, forse il medicamento più celebre della storia. Si osservò che il salice prospera in ambienti umidi e, ritenendo che l’umidità sia la causa dei reumatismi, si pensò che nella corteccia potesse esistere un principio antagonista di questa affezione.
Di fatto, la salicina – da cui l’acido acetilsalicilico sintetico – si è rivelata utile. Ma l’idea con cui si arrivò alla scoperta è a dir poco bizzarra e priva di qualsiasi fondamento: perché i reumatismi non sono causalmente determinati dall’umidità e, soprattutto, perché era pura fantasia pensare che il salice dovesse contenere una sostanza utile soltanto perché convive bene con l’acqua. Tanto valeva cercare qualcosa nei pesci… Eppure funzionò.
Chi voglia formarsi un’idea razionale, e non mitologica, della ricerca scientifica, dovrebbe studiarne il percorso storico tortuoso, complesso e accidentato e ricavarne la lezione che la scienza non offre soluzioni miracolistiche. Sarebbe un contributo alla diffusione della razionalità e della cultura scientifica nel nostro paese, dove si strombazza tutti i giorni questa necessità e poi si opera in senso opposto, coltivando il più becero irrazionalismo travestito di “scientificità”. Pertanto chi ha scritto che il corpo di Coscioni è aggredito dall’ignoranza sta semplicemente propalando ignoranza e superstizioni a piene mani.
Si parla di “libertà della ricerca scientifica”.
Ma gli enfatici difensori della libertà della ricerca non dicono mai che, comunque si consideri la questione, la ricerca scientifica non può essere completamente libera. Persino nel caso degli animali, che sono collocati a un gradino molto più basso di quello umano, visto che sono utilizzati massivamente nella sperimentazione medica, si levano voci tese a limitare abusi nei loro confronti. Tale è il caso della lotta contro la vivisezione, i cui promotori dovrebbero essere considerati – alla luce del principio della libertà della ricerca – degli oscurantisti che ostacolano la salvezza di tante vite umane. Viene al riguardo da chiedersi chi, quando e come abbia deciso che l’embrione umano abbia uno statuto uguale o inferiore a quello degli animali da laboratorio.
La scienza, e la medicina, hanno dovuto sempre fare i conti con ostacoli etici. La conoscenza dell’anatomia umana non sarebbe potuta svilupparsi senza la dissezione dei cadaveri, ma bisogna ammettere che non si tratta di una pratica facilmente accettabile: chi vedrebbe a cuor leggero un parente squartato sia pure per il bene del prossimo? Viceversa, la sperimentazione cruenta su individui viventi, magari su soggetti “difettosi” o “socialmente nocivi” è stata considerata sempre inammissibile, eccetto che nei campi di concentramento nazisti, dove si facevano esperienze di resistenza al gelo sui reclusi, le quali forse potevano anche portare a progressi della conoscenza…
Visto che è generalmente ammesso che la scienza non possa procedere in piena libertà, sarebbe più onesto fare i conti con l’esistenza di un sistema di principi morali che in qualche modo ci guida, invece che tentare ipocritamente di scaricare il problema sulla scienza medesima o su mal posti principi di “utilità” sociale.
Oltre al retorico e strumentale tema della “libertà” della ricerca, i temi che vengono avanzati da coloro che si battono per l’abrogazione della legge sulla procreazione assistita sono sostanzialmente tre: la libertà di decidere senza intrusioni da parte dello Stato, l’esigenza di preservare la salute e l’autodeterminazione della donna, e – a difesa di pratiche come l’inseminazione eterologa – l’idea della variabilità storica del concetto di famiglia.
La libertà di decidere senza intrusioni da parte dello Stato è una contraddizione in termini in una società liberaldemocratica, in cui lo Stato ha la funzione di contemperare armonicamente le istanze dei singoli o dei gruppi. A meno che non si auspichi la sua trasformazione in una società comunitarista, in cui lo Stato concede a ogni sottogruppo, o addirittura ai singoli, la libertà di auto-organizzarsi secondo i propri principi morali, religiosi o ideologici, per esempio concedendo l’applicazione della sharia in quartieri a prevalente popolazione islamica. E’ bizzarro notare che i sostenitori di un siffatto punto di vista sono per lo più adoratori del sistema statunitense, il che fa pensare che ne abbiano un’idea simile a quella che ispirava la vecchia canzone “Tu vuo’ fa l’americano” di Renato Carosone. Negli Stati Uniti, lo Stato compie pesanti interventi in domini ritenuti di rilevante valore sociale o sanitario, e l’ingestione di una modica quantità di alcool da parte di un conducente di automobile può portare a pesanti conseguenze. E’ assolutamente senza senso che una comunità associata non abbia il diritto-dovere di intervenire su questioni di rilevante portata per la sua esistenza, anche in forma legislativa, né si vede come pratiche che modificano in modo radicale le forme del matrimonio, della riproduzione, la nozione di parentela e via dicendo, non siano aspetti vitali della convivenza civile. Ritenere che ognuno possa avere il diritto di agire in questi campi in totale libertà è una caricatura del liberalismo ed esprime piuttosto una concezione tribale del vivere associato.
Quanto alla questione dei diritti della donna occorrerebbe chiedersi se si è così certi che la maggioranza delle donne, o anche una loro componente rilevante, concepisca la maternità come una sorta di diritto esclusivo, una sorta di variabile indipendente dai diritti del nascituro e dal contesto familiare; o se una visione così radicale non appartenga invece a una minoranza fortemente ideologizzata. Comunque, la vera questione è il modo distorto, egoistico e contraddittorio con cui spesso si pone il problema della procreazione in molte società avanzate, e se ciò non sia la causa principale del crollo delle nascite e di forme di sterilità che, come è provato in molti casi, hanno una radice prevalentemente psicologica. Il vero nodo è quello della compatibilità tra un ruolo della donna che si vuole sempre più identico a quello dell’uomo e la maternità. Oggi, fra donne e uomini, è troppo diffusa la paura delle conseguenze della procreazione in termini di perdita di libertà, di impedimento alla carriera, agli studi e ai piaceri della vita, di sacrifici economici. Tutto questo genera la tendenza a considerare la procreazione come un atto che deve essere assolutamente indolore e non deve perturbare minimamente il corso della nostra vita. In questa visione, la nascita di un figlio è vista come l’acquisizione di un nuovo oggetto casalingo che deve dare il massimo di piaceri e il minimo di dispiaceri, e che può essere programmata soltanto se esistono le condizioni materiali affinché – mediante asili, baby-sitting, televisioni e quant’altro – sia un ospite quanto meno possibile intrusivo. E’ evidente che una società, o gli strati sociali, in cui si diffonde un atteggiamento del genere sono destinati alla sterilità, perché i suoi soggetti non lasciano il dovuto “spazio” psicologico alla nascita di un figlio. Un aggregato sociale che considera la procreazione come una sorta di impedimento o comunque un problema da risolvere col minimo di danno e di fatica, e non come l’espressione di una vitalità necessariamente intessuta di sacrifici, è senza futuro; e a nulla può valere l’eugenetica per arrestarne la decadenza.
A questa tematica si lega strettamente quella dei trucchi dialettici sul tema della moltiplicazione delle forme di procreazione, come l’inseminazione eterologa, l’affitto degli uteri e la procreazione nell’ambito di coppie omosessuali. Il più consunto di questi trucchi consiste nell’argomento secondo cui la famiglia esiste da tempi relativamente recenti mentre nel resto della storia la procreazione si è prodotta in contesti non matrimoniali. Il che è perfettamente vero ma non ha nulla a che vedere con il tema in oggetto. Difatti, il tema sono le modalità di procreazione e non le modalità con cui si associa una coppia eterosessuale che decide di avere un figlio. Cosa ha a che vedere col tema della procreazione e della parentela il fatto che innumerevoli individui del passato non abbiano conosciuto i propri genitori o siano stati allevati in adozione? Il nodo sta in quelle parole: procreazione e genitori.
Anche se non possiamo risalire fino all’origine di quell’abisso insondabile del passato di cui parla Thomas Mann, noi sappiamo con assoluta certezza che fino a oggi ogni individuo di cui possiamo avere conoscenza storica è stato procreato nell’ambito di un rapporto tra un uomo e una donna che erano univocamente determinati come suo padre e sua madre. Anche la letteratura, tutta quella che conosciamo, è basata sull’idea della parentela, della discendenza da un uomo e da una donna. Questa è la condizione naturale in cui siamo vissuti dalla notte dei tempi ad oggi.
E vale poco dire che, in assenza di una struttura familiare definita, si poteva non conoscere i propri genitori. Poiché la certezza assoluta che in qualche luogo, sia pure nell’al di là, esistevano un padre e una madre, è stata la condizione mentale di ogni uomo nella storia passata. La letteratura si è nutrita abbondantemente del tema della ricerca dei parenti perduti. E la collocazione dell’individuo nella storia attraverso la rete della parentela è un tema fisso e centrale, come un asse attorno a cui ruota tutta la letteratura, da quella mitica antica, fino a quella fantascientifica contemporanea: la saga di “Guerre Stellari” non è forse un grande racconto di discendenze e di una paternità ritrovata, la cui riscoperta è la chiave con cui i protagonisti ricostruiscono appieno la loro identità?
Ora siamo di fronte a ben altro: alla possibilità di rompere, per la prima volta nella storia, quel tessuto di parentela che fino a oggi ha costituito la trama su cui si definisce l’identità di ogni individuo; e per giunta di romperlo in modo irresponsabile, e cioè senza essere in grado di controllare tutte le conseguenze vicine e lontane delle nostre scelte. Un essere nato da inseminazione eterologa in un utero affittato, possiederà due madri e un padre ignoto e di cui, per legge, non può conoscere l’identità: sarà un’individualità quasi assoluta.
La superficialità con cui certe persone considerano secondari i problemi posti dall’inseminazione eterologa sconfina nell’irresponsabilità più totale. Si dice che comunque, poiché lo Stato occulta l’identità del padre, il figlio non può non considerare la famiglia in cui vive come quella naturale. Ma, nel momento stesso in cui sarà noto che l’inseminazione eterologa è ammessa, il figlio si chiederà inevitabilmente se quel padre è davvero suo padre, e non avrà mai risposta. Così, nel nucleo familiare si insinuerà il tarlo di un sospetto che può segnare tragicamente la vita di una persona, ben più dell’impossibilità, magari di fatto ma non di principio, di riscoprire l’identità dei genitori. Con che diritto si può asserire che questo problema sia irrilevante per un figlio? Al contrario, tutto conduce a dire che esso è fondamentale, perché deriva dalle caratteristiche stesse della storia degli uomini. E, ancora una volta, è profondamente triste constatare come vi siano delle persone che hanno una sordità morale ed emotiva così grande da ignorare o scartare con una scrollata di spalle simili problemi.
Qualche anno fa, il celebre antropologo Marc Augé affrontava i problemi che avrebbe potuto porre la clonazione. Le considerazioni che egli sviluppava si applicano perfettamente al nostro caso: “Rompere la filiazione o ribaltarla tutta dal lato del padre o della madre, insomma togliere all’uomo la pluralità dei suoi riferimenti simbolici di partenza, è quel che facevano certi capi tribù dell’Africa dell’ovest quando acquisivano schiavi che incorporavano al loro gruppo. Essi tentavano di creare un individuo nuovo la cui sola appartenenza in termini di stirpe era quella dell’acquirente. […] Quel che lo schiavo perdeva innanzitutto era la pluralità simbolico-sociale costitutiva dell’individualità.[…] Questa cancellazione delle iscrizioni simboliche comporta una sorta di perturbazione generazionale. […] E queste osservazioni si applicano anche all’ipotesi in cui un bambino sarebbe concepito al fine di salvare suo “fratello” o sua “sorella” con un innesto di midollo spinale. Questo “fratello” o questa “sorella” sarebbero in posizione di “padre” o di “madre” nei confronti del neonato salvatore. Se fosse il citoplasma dell’ovulo della madre del bambino malato ad accogliere il nucleo trasferito, saremmo in una situazione di incesto simbolico anche se il bambino malato discende geneticamente da suo padre e da sua madre”.
In conclusione, siamo di fronte a forme di sperimentazione perfettamente regressive: è “il risalire verso l’indifferenziazione prima, verso l’origine mitica e premitica, verso il “cuore delle tenebre” evocato da Conrad. Percorso regressivo al termine del quale si lasciano vedere i grandi fantasmi di cui il pensiero mitico, a suo modo, ci aveva sbarazzato, su tutti i continenti e in tutte le tradizioni: l’indifferenziazione sessuale, l’individualità assoluta, l’assenza della morte – qualcosa come il “divino” cui forse aspiriamo oscuramente, mentre i miti dell’uomo, nella loro saggezza, ci hanno insegnato, in senso inverso, che la nascita dell’umanità passava attraverso la scoperta della differenza: quella dei sessi, quella degli altri, quella della morte.
E’ da augurarsi che il vaso scoperchiato non sia quello di Pandora, perché in tal caso sarà difficile chiuderlo.
Giorgio Israel
IL FOGLIO - VENERDÌ 28 GENNAIO 2005