sabato, 29 gennaio 2005

Scrive Christian Rocca sul Foglio di ieri che la legge 40 è “una legge che si prefigge di regolamentare la fecondazione assistita, ma che in realtà la impedisce… Sarebbe stato più corretto proporre un testo di sette parole: la procreazione medicalmente assistita è vietata”. Rocca è male informato. Claudio Manna, docente a Tor Vergara, uno dei massimi esperti italiani di Fiv, intervistato da Tempi dice che “la legge 40 non pone grandi problemi a chi pratica la fecondazione in vitro” e che la “percentuale di successi non si è statisticamente modificata”. Lo conferma suo malgrado anche il professor Giuseppe De Placido, presidente della Società italiana della riproduzione, che attacca la legge 40 ma non può presentare altro che un miserando sei per cento (stimato) in meno di nascite, nel periodo febbraio-dicembre 2004, dopo l’entrata in vigore della legge, rispetto allo stesso periodo del 2003. Senza nuovi embrioni sovrannumerari lasciati nei congelatori, però, e scusate se è poco.
Scrive ancora Rocca che “l’editto taleban-vaticano numero 40, parzialmente corretto dalle linee guida attuative, impone al medico di non scartare anatema) e di non destinare alla ricerca (giammai) gli embrioni destinati comunque a morire”. Ma quali sarebbero gli embrioni “destinati a morire”? La legge stabilisce che “è proibita ogni diagnosi preimpianto a finalità eugenetica. Ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro… dovrà essere di tipo osservazionale. Qualora dall’indagine vengano evidenziate gravi anomalie irreversibili dello sviluppo di un embrione, il medico responsabile della struttura ne informa la coppia. Ove in tal caso il trasferimento dell’embrione, non coercibile, non risulti attuato, la coltura in vitro del medesimo deve essere mantenuta fino al suo estinguersi”.
Tradotto: se l’embrione è visibilmente malformato, e quindi destinato a morire, la legge non si sogna di imporne l’impianto. Impianto che, del resto, è “non coercibile”, ovvero non può essere imposto, mai.
Ma Rocca arriva al dunque: “Oggi – ha scritto Angelo L. Vescovi (importante ricercatore del San Raffaele nel campo delle staminali adulte, ndr) – le uniche terapie esistenti nascono dalle cellule staminali adulte, non da quelle embrionali. Bene, benissimo e infatti nessuno l’ha mai negato”.
Oddio, veramente c’è chi l’ha negato. Il segretario dei radicali italiani, Daniele Capezzone, per esempio. Come riportato dal Corriere della Sera di domenica scorsa, a margine del terzo congresso dell’Associazione Luca Coscioni, Capezzone ha testualmente dichiarato che equiparare un embrione a un malato ha come conseguenza quella di “proibire terapie, imporre sofferenze, chiudere alcuni tra i più promettenti percorsi di ricerca”. Ma quali sarebbero, di grazia, le terapie da “proibire”? E quali le sofferenze da impedire che oggi dipenderebbero dall’uso di staminali embrionali? Per quanto riguarda i “promettenti percorsi di ricerca”, rimando Rocca a quanto spiegato dallo stesso professor Vescovi durante la puntata di “Otto e mezzo” di mercoledì scorso. La ricerca sulle staminali embrionali, ha detto lo scienziato, la stiamo facendo anche in Italia: sul modello animale, topi, scimpanzè e altri mammiferi. Se si otterranno risultati, che per ora sono di là da venire, allora si potranno discutere sia la possibilità sia le modalità di applicazione delle eventuali scoperte agli esseri umani. Solitamente la scienza procede così. Ma nel caso delle staminali embrionali, vista l’abbondanza del “materiale” a disposizione (centinaia di migliaia di embrioni “orfani” nei congelatori di tutto il mondo, trentamila solo in Italia, destinati a moltiplicarsi senza fine se venisse approvato il quesito referendario che abroga il tetto massimo di tre embrioni per ciclo di fecondazione) c’è chi pensa – ed è incredibile che accada – di saltare a pié pari la fase di ricerca sugli animali. Molto altro ancora ci sarebbe da obiettare nel merito delle obiezioni di Christian Rocca. Mi preme però, come questione di metodo, dirgli che “preferire l’embrione-vita alla vita-di-Coscioni”, come ci accusa di fare , equivale a evocare il miracolo che non c’è.
Nicoletta Tiliacos

IL FOGLIO - VENERDÌ 28 GENNAIO 2005

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sabato, 29 gennaio 2005

Di Coscioni è stata fatta una bandiera al servizio del pregiudizio scientista

Finalmente è stata fatta chiarezza. Antonio Socci ha avuto il merito di porre la domanda giusta, ovvero: chi nega che l’embrione sia un essere umano fin dagli inizi ci dica in quale preciso successivo istante lo diventa. Gli ha risposto Edoardo Boncinelli dicendo in sostanza: l’ora X non esiste, non esiste una risposta scientifica a questa domanda, quando un embrione diventi persona è una domanda che esula dalla biologia e dalla scienza. Aggiungendo che però questa è la domanda decisiva “alla quale tutti siamo chiamati a dare una risposta, anche provvisoria e rivedibile.
Per noi e per i nostri figli”. Insomma “non possiamo chiedere alla natura o alla scienza di cavare le castagne dal fuoco al posto nostro. Occorre prenderci le nostre responsabilità e fissare dei limiti” perché questa “è una scelta che spetta all’uomo in un’autentica prospettiva umanistica”.
Alla buon’ora. Non che fossimo stati in pochi a dire che la questione è essenzialmente etica e non risolubile in termini scientifici. Ma non avevamo sentito finora molti scienziati porre la questione in modo così chiaro e intellettualmente onesto.
Può sembrare banale ma non lo è per niente. E lo dimostrano le sistematiche impasse in cui finiscono tutti i dibattiti “scientifici” sulla questione: perché quando si arriva al punto di rispondere alla domanda di quali siano i limiti della scienza nel campo della manipolazione biologica, ci si divide inevitabilmente sulla concezione dell’uomo e della vita. La scienza non ha nulla da dire sul concetto di persona e neanche sulla natura della vita e l’affermazione che l’uomo ha una “dignità”, come diceva Pico della Mirandola, o è un “fine”, come diceva Kant, non è decidibile nel contesto della biologia. Perciò Boncinelli ha fatto chiarezza, escludendo che la controversia possa essere risolta con inutili chiacchiericci in cui tutti si improvvisano specialisti di genetica e, alla fine, gli specialisti si mostrano – guarda caso – divisi essenzialmente sulla questione etica.
Spazzato il campo dall’assurda diatriba su quando l’anima entri nell’embrione, e ammesso che tutti ci si metta d’accordo che l’embrione è vita fin dal primo istante, ci si dividerà sul valore da attribuire alla vita umana: ovvero ci si dividerà sull’alternativa se l’uomo sia un fine, se abbia speciale dignità, da preservare al massimo; oppure se l’uomo non sia altro che un oggetto, un mezzo, una macchina. Dal secondo punto di vista discende la possibilità di manipolarlo a volontà, di usarlo come insieme di pezzi di ricambio, di costruire uomini mediante la combinazione di pezzi di altri uomini, come si fa con le macchine. Oppure, di accettare forme di manipolazione più moderate, secondo la proposta di Boncinelli, stabilendo una soglia convenzionale e “accettabile” oltre la quale non è consentito intervenire sulla nuova vita. Ma il punto è che l’idea che l’uomo sia una macchina non è un’idea scientifica,  é scientificamente dimostrabile, come ho cercato di mettere in luce in un recente libro. Essa è espressione di una metafisica meccanicistica e materialistica che può ben accompagnarsi alla prassi scientifica ma non ne è affatto il necessario complemento. Chi va in giro a dire che la scienza non può non accompagnarsi al naturalismo, al materialismo e anche all’ateismo, o non sa quel che dice o parla in malafede. Il concetto di legge scientifica ha storicamente una radice teologica e la scienza ha convissuto tranquillamente con lo spiritualismo e con la religione per qualche secolo. Soltanto da un secolo circa si vuol far credere che la scienza non possa vivere senza materialismo: un’ideologia, come osservò in anni recenti Popper, tanto di moda nelle università quanto inconsistente.
Se, dal punto di vista biologico, non c’è discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre, resta soltanto il dilemma etico: qual è il posto dell’uomo e quale destino vogliamo costruirci? Chi pensa che l’embrione sia un “ricciolo” di materia, non può non pensare che l’individuo adulto sia un “malloppo” di materia, e quindi non può vedere ostacoli a farne uso come di una macchina.
Perciò il confronto è tra diverse concezioni dell’uomo e del suo posto nel mondo. Si deve avere il coraggio di dire se si pensa che l’uomo sia una macchina oppure no, e accettarne le conseguenze.
Il resto è inutile chiacchiera.
Tuttavia, non possiamo abbandonare il discorso sulla scienza prima di aver detto qualcosa circa l’uso strumentale che se ne sta facendo. Difatti, l’esigenza di lasciare piena (o quasi piena) libertà alla manipolazione degli embrioni viene sostenuta con l’argomento che la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali può permettere di curare numerose malattie genetiche. Su questo tema si sta facendo un gran clamore, dicendo che la “sciagurata” legge 40 è un ostacolo alla possibile guarigione di tanti malati.
Sul Corriere della Sera del 20 gennaio, Gian Antonio Stella invitava a non fare baccano e a discutere razionalmente. Giustissimo.
Ma al lettore che, assieme al Corriere, si vedeva consegnata una copia del Magazine questo invito faceva venire in mente la parabola evangelica della pagliuzza e della trave. Altro che baccano!
Come un gran cazzotto sul tavolo, sotto la foto di Luca Coscioni, “L’uomo della libertà di ricerca scientifica”, si leggeva che “la sperimentazione sulle staminali potrebbe salvargli la vita”. E all’interno: “Un corpo immobile eppure contundente. Che fa male, che fa star male quando ti chiede la libertà di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura… Un corpo aggredito dalla malattia degenerativa. E pure dall’ignoranza… Un corpo ostaggio della politica…”.
Inqualificabile.
Inqualificabile innanzitutto per un banale motivo:
esistono molti paesi dove la manipolazione delle staminali embrionali è libera e dove si fa ricerca. Se Coscioni non la cerca in quei paesi è perché non c’è nulla da trovare e nulla ancora è stato trovato.
Sarebbe quindi l’Italia l’unico mitico luogo in cui la sperimentazione può condurre a un risultato positivo tale da guarire in tempi brevissimi i malati come Coscioni?
Ci si sta prendendo tutti per deficienti?
Inqualificabile per un secondo motivo.
Chiunque di noi fosse così malato – e anche meno, come tante esperienze personali dimostrano – si aggrapperebbe a ogni speranza, berrebbe la prima pozione offertagli per strada, e guarderebbe alla scienza come a una mitica e onnipotente forza salvifica. E’ così, potrebbe toccare a ciascuno di noi, e non dobbiamo altro che inchinarci con rispetto di fronte al dolore.
Quindi, non certamente a Coscioni, ma a chi parla del suo caso in quel modo va chiesto: ma sul serio credete che la scienza sia una mitica e onnipotente forza salvifica?
Alla figura del mago associamo l’immagine di manipolazioni e di recitazioni di formule cui segue il miracolo della guarigione – sebbene gli stregoni africani, assai più dignitosamente, si guardino bene dall’attribuire al loro intervento un carattere salvifico immediato. Ma lo scienziato non è un mago. Egli avanza a fatica nella conoscenza e nel dominio dei fatti di cui si occupa, non meno di un letterato che faccia l’esegesi di un manoscritto. E’ forse la sciagurata idea che la scienza sia una banale procedura di “problem solving” a indurre molti a credere che la scienziato operi al seguente modo: qualcuno gli pone un problema, lui imbocca la porta del laboratorio, fa esperimenti, trova la soluzione, e in tempi rapidi, altrimenti viene “valutato” come incapace dagli organi competenti e perde i fondi per la ricerca. Se si avesse un minimo di conoscenza della storia della scienza, si saprebbe quando complesse, tortuose e impreviste siano le vie della scoperta, spesso seminate di ostacoli imprevisti e insuperabili e talora di sorprese inattese. E’ probabile che Fleming non abbia scoperto la penicillina per caso.
Ma la scoperta di altri principi curativi fondamentali in medicina ha una storia a dir poco sorprendente. Tale è il caso dell’aspirina, forse il medicamento più celebre della storia. Si osservò che il salice prospera in ambienti umidi e, ritenendo che l’umidità sia la causa dei reumatismi, si pensò che nella corteccia potesse esistere un principio antagonista di questa affezione.
Di fatto, la salicina – da cui l’acido acetilsalicilico sintetico – si è rivelata utile. Ma l’idea con cui si arrivò alla scoperta è a dir poco bizzarra e priva di qualsiasi fondamento: perché i reumatismi non sono causalmente determinati dall’umidità e, soprattutto, perché era pura fantasia pensare che il salice dovesse contenere una sostanza utile soltanto perché convive bene con l’acqua. Tanto valeva cercare qualcosa nei pesci… Eppure funzionò.
Chi voglia formarsi un’idea razionale, e non mitologica, della ricerca scientifica, dovrebbe studiarne il percorso storico tortuoso, complesso e accidentato e ricavarne la lezione che la scienza non offre soluzioni miracolistiche. Sarebbe un contributo alla diffusione della razionalità e della cultura scientifica nel nostro paese, dove si strombazza tutti i giorni questa necessità e poi si opera in senso opposto, coltivando il più becero irrazionalismo travestito di “scientificità”. Pertanto chi ha scritto che il corpo di Coscioni è aggredito dall’ignoranza sta semplicemente propalando ignoranza e superstizioni a piene mani.
Si parla di “libertà della ricerca scientifica”.
Ma gli enfatici difensori della libertà della ricerca non dicono mai che, comunque si consideri la questione, la ricerca scientifica non può essere completamente libera.
Persino nel caso degli animali, che sono collocati a un gradino molto più basso di quello umano, visto che sono utilizzati massivamente nella sperimentazione medica, si levano voci tese a limitare abusi nei loro confronti. Tale è il caso della lotta contro la vivisezione, i cui promotori dovrebbero essere considerati – alla luce del principio della libertà della ricerca – degli oscurantisti che ostacolano la salvezza di tante vite umane. Viene al riguardo da chiedersi chi, quando e come abbia deciso che l’embrione umano abbia uno statuto uguale o inferiore a quello degli animali da laboratorio.
La scienza, e la medicina, hanno dovuto sempre fare i conti con ostacoli etici. La conoscenza dell’anatomia umana non sarebbe potuta svilupparsi senza la dissezione dei cadaveri, ma bisogna ammettere che non si tratta di una pratica facilmente accettabile: chi vedrebbe a cuor leggero un parente squartato sia pure per il bene del prossimo? Viceversa, la sperimentazione cruenta su individui viventi, magari su soggetti “difettosi” o “socialmente nocivi” è stata considerata sempre inammissibile, eccetto che nei campi di concentramento nazisti, dove si facevano esperienze di resistenza al gelo sui reclusi, le quali forse potevano anche portare a progressi della conoscenza…
Visto che è generalmente ammesso che la scienza non possa procedere in piena libertà, sarebbe più onesto fare i conti con l’esistenza di un sistema di principi morali che in qualche modo ci guida, invece che tentare ipocritamente di scaricare il problema sulla scienza medesima o su mal posti principi di “utilità” sociale.
Oltre al retorico e strumentale tema della “libertà” della ricerca, i temi che vengono avanzati da coloro che si battono per l’abrogazione della legge sulla procreazione assistita sono sostanzialmente tre: la libertà di decidere senza intrusioni da parte dello Stato, l’esigenza di preservare la salute e l’autodeterminazione della donna, e – a difesa di pratiche come l’inseminazione eterologa – l’idea della variabilità storica del concetto di famiglia.
La libertà di decidere senza intrusioni da parte dello Stato è una contraddizione in termini in una società liberaldemocratica, in cui lo Stato ha la funzione di contemperare armonicamente le istanze dei singoli o dei gruppi. A meno che non si auspichi la sua trasformazione in una società comunitarista, in cui lo Stato concede a ogni sottogruppo, o addirittura ai singoli, la libertà di auto-organizzarsi secondo i propri principi morali, religiosi o ideologici, per esempio concedendo l’applicazione della sharia in quartieri a prevalente popolazione islamica. E’ bizzarro notare che i sostenitori di un siffatto punto di vista sono per lo più adoratori del sistema statunitense, il che fa pensare che ne abbiano un’idea simile a quella che ispirava la vecchia canzone “Tu vuo’ fa l’americano” di Renato Carosone. Negli Stati Uniti, lo Stato compie pesanti interventi in domini ritenuti di rilevante valore sociale o sanitario, e l’ingestione di una modica quantità di alcool da parte di un conducente di automobile può portare a pesanti conseguenze. E’ assolutamente senza senso che una comunità associata non abbia il diritto-dovere di intervenire su questioni di rilevante portata per la sua esistenza, anche in forma legislativa, né si vede come pratiche che modificano in modo radicale le forme del matrimonio, della riproduzione, la nozione di parentela e via dicendo, non siano aspetti vitali della convivenza civile.
Ritenere che ognuno possa avere il diritto di agire in questi campi in totale libertà è una caricatura del liberalismo ed esprime piuttosto una concezione tribale del vivere associato.
Quanto alla questione dei diritti della donna occorrerebbe chiedersi se si è così certi che la maggioranza delle donne, o anche una loro componente rilevante, concepisca la maternità come una sorta di diritto esclusivo, una sorta di variabile indipendente dai diritti del nascituro e dal contesto familiare; o se una visione così radicale non appartenga invece a una minoranza fortemente ideologizzata. Comunque, la vera questione è il modo distorto, egoistico e contraddittorio con cui spesso si pone il problema della procreazione in molte società avanzate, e se ciò non sia la causa principale del crollo delle nascite e di forme di sterilità che, come è provato in molti casi, hanno una radice prevalentemente psicologica. Il vero nodo è quello della compatibilità tra un ruolo della donna che si vuole sempre più identico a quello dell’uomo e la maternità. Oggi, fra donne e uomini, è troppo diffusa la paura delle conseguenze della procreazione in termini di perdita di libertà, di impedimento alla carriera, agli studi e ai piaceri della vita, di sacrifici economici. Tutto questo genera la tendenza a considerare la procreazione come un atto che deve essere assolutamente indolore e non deve perturbare minimamente il corso della nostra vita. In questa visione, la nascita di un figlio è vista come l’acquisizione di un nuovo oggetto casalingo che deve dare il massimo di piaceri e il minimo di dispiaceri, e che può essere programmata soltanto se esistono le condizioni materiali affinché – mediante asili, baby-sitting, televisioni e quant’altro – sia un ospite quanto meno possibile intrusivo. E’ evidente che una società, o gli strati sociali, in cui si diffonde un atteggiamento del genere sono destinati alla sterilità, perché i suoi soggetti non lasciano il dovuto “spazio” psicologico alla nascita di un figlio. Un aggregato sociale che considera la procreazione come una sorta di impedimento o comunque un problema da risolvere col minimo di danno e di fatica, e non come l’espressione di una vitalità necessariamente intessuta di sacrifici, è senza futuro; e a nulla può valere l’eugenetica per arrestarne la decadenza.
A questa tematica si lega strettamente quella dei trucchi dialettici sul tema della moltiplicazione delle forme di procreazione, come l’inseminazione eterologa, l’affitto degli uteri e la procreazione nell’ambito di coppie omosessuali. Il più consunto di questi trucchi consiste nell’argomento secondo cui la famiglia esiste da tempi relativamente recenti mentre nel resto della storia la procreazione si è prodotta in contesti non matrimoniali. Il che è perfettamente vero ma non ha nulla a che vedere con il tema in oggetto. Difatti, il tema sono le modalità di procreazione e non le modalità con cui si associa una coppia eterosessuale che decide di avere un figlio.
Cosa ha a che vedere col tema della procreazione e della parentela il fatto che innumerevoli individui del passato non abbiano conosciuto i propri genitori o siano stati allevati in adozione? Il nodo sta in quelle parole: procreazione e genitori.
Anche se non possiamo risalire fino all’origine di quell’abisso insondabile del passato di cui parla Thomas Mann, noi sappiamo con assoluta certezza che fino a oggi ogni individuo di cui possiamo avere conoscenza storica è stato procreato nell’ambito di un rapporto tra un uomo e una donna che erano univocamente determinati come suo padre e sua madre. Anche la letteratura, tutta quella che conosciamo, è basata sull’idea della parentela, della discendenza da un uomo e da una donna. Questa è la condizione naturale in cui siamo vissuti dalla notte dei tempi ad oggi.
E vale poco dire che, in assenza di una struttura familiare definita, si poteva non conoscere i propri genitori. Poiché la certezza assoluta che in qualche luogo, sia pure nell’al di là, esistevano un padre e una madre, è stata la condizione mentale di ogni uomo nella storia passata. La letteratura si è nutrita abbondantemente del tema della ricerca dei parenti perduti. E la collocazione dell’individuo nella storia attraverso la rete della parentela è un tema fisso e centrale, come un asse attorno a cui ruota tutta la letteratura, da quella mitica antica, fino a quella fantascientifica contemporanea: la saga di “Guerre Stellari” non è forse un grande racconto di discendenze e di una paternità ritrovata, la cui riscoperta è la chiave con cui i protagonisti ricostruiscono appieno la loro identità?
Ora siamo di fronte a ben altro: alla possibilità di rompere, per la prima volta nella storia, quel tessuto di parentela che fino a oggi ha costituito la trama su cui si definisce l’identità di ogni individuo; e per giunta di romperlo in modo irresponsabile, e cioè senza essere in grado di controllare tutte le conseguenze vicine e lontane delle nostre scelte. Un essere nato da inseminazione eterologa in un utero affittato, possiederà due madri e un padre ignoto e di cui, per legge, non può conoscere l’identità: sarà un’individualità quasi assoluta.
La superficialità con cui certe persone considerano secondari i problemi posti dall’inseminazione eterologa sconfina nell’irresponsabilità più totale. Si dice che comunque, poiché lo Stato occulta l’identità del padre, il figlio non può non considerare la famiglia in cui vive come quella naturale. Ma, nel momento stesso in cui sarà noto che l’inseminazione eterologa è ammessa, il figlio si chiederà inevitabilmente se quel padre è davvero suo padre, e non avrà mai risposta. Così, nel nucleo familiare si insinuerà il tarlo di un sospetto che può segnare tragicamente la vita di una persona, ben più dell’impossibilità, magari di fatto ma non di principio, di riscoprire l’identità dei genitori. Con che diritto si può asserire che questo problema sia irrilevante per un figlio? Al contrario, tutto conduce a dire che esso è fondamentale, perché deriva dalle caratteristiche stesse della storia degli uomini. E, ancora una volta, è profondamente triste constatare come vi siano delle persone che hanno una sordità morale ed emotiva così grande da ignorare o scartare con una scrollata di spalle simili problemi.
Qualche anno fa, il celebre antropologo Marc Augé affrontava i problemi che avrebbe potuto porre la clonazione. Le considerazioni che egli sviluppava si applicano perfettamente al nostro caso: “Rompere la filiazione o ribaltarla tutta dal lato del padre o della madre, insomma togliere all’uomo la pluralità dei suoi riferimenti simbolici di partenza, è quel che facevano certi capi tribù dell’Africa dell’ovest quando acquisivano schiavi che incorporavano al loro gruppo. Essi tentavano di creare un individuo nuovo la cui sola appartenenza in termini di stirpe era quella dell’acquirente. […] Quel che lo schiavo perdeva innanzitutto era la pluralità simbolico-sociale costitutiva dell’individualità.[…] Questa cancellazione delle iscrizioni simboliche comporta una sorta di perturbazione generazionale. […] E queste osservazioni si applicano anche all’ipotesi in cui un bambino sarebbe concepito al fine di salvare suo “fratello” o sua “sorella” con un innesto di midollo spinale. Questo “fratello” o questa “sorella” sarebbero in posizione di “padre” o di “madre” nei confronti del neonato salvatore. Se fosse il citoplasma dell’ovulo della madre del bambino malato ad accogliere il nucleo trasferito, saremmo in una situazione di incesto simbolico anche se il bambino malato discende geneticamente da suo padre e da sua madre”.
In conclusione, siamo di fronte a forme di sperimentazione perfettamente regressive: è “il risalire verso l’indifferenziazione prima, verso l’origine mitica e premitica, verso il “cuore delle tenebre” evocato da Conrad. Percorso regressivo al termine del quale si lasciano vedere i grandi fantasmi di cui il pensiero mitico, a suo modo, ci aveva sbarazzato, su tutti i continenti e in tutte le tradizioni: l’indifferenziazione sessuale, l’individualità assoluta, l’assenza della morte – qualcosa come il “divino” cui forse aspiriamo oscuramente, mentre i miti dell’uomo, nella loro saggezza, ci hanno insegnato, in senso inverso, che la nascita dell’umanità passava attraverso la scoperta della differenza: quella dei sessi, quella degli altri, quella della morte.
E’ da augurarsi che il vaso scoperchiato non sia quello di Pandora, perché in tal caso sarà difficile chiuderlo.
Giorgio Israel

IL FOGLIO - VENERDÌ 28 GENNAIO 2005

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domenica, 16 gennaio 2005

Fecondazione artificiale, Amato è troppo rozzo e troppo sottile

In un’intervista all’Espresso, Giuliano Amato ci attribuisce con una certa rozzezza, che dispiace, la volontà di scatenare uno scontro ideologico sulla fecondazione artificiale, strumentalizzando “vicende umane dolorose” nella speranza “che uno scontro epocale aiuti il centro destra a compattarsi attorno a Berlusconi come gli agricoltori evangelici dell’Ohio attorno a Bush”. Non lo ripagheremo della stessa moneta, con una ritorsione polemica grossolana, perché siamo contrari a una piccola contesa faziosa e di schieramento su questioni che riguardano la basilare nozione di ciò che è l’esistenza o l’umanità. Più della sciatteria e implausibilità di questo giudizio, incuriosisce il tentativo di Amato ed altri di sottilizzare e di manipolare tecnicamente la discussione. Le formule sono varie, ma il loro senso è sempre opaco: le ragioni dei referendari si trincerano dietro gli “scopi terapeutici” della ricerca sulle cellule staminali embrionali, dietro “la salute e l’autodeterminazione della donna”, dietro la libertà di “decidere senza intrusioni da parte dello Stato”, dietro “la variabilità storica del concetto di famiglia”. Sono tutti concetti encomiabili, ma hanno senso soltanto se confrontati con la questione intorno alla quale si è chiamati a decidere: l’embrione creato in laboratorio, con la solitaria potenza della tecnica moderna, è o non è un essere umano? Se non lo fosse, saremmo tutti favorevoli alla proliferazione senza limiti del numero di embrioni prodotti, alla loro conservazione sotto ghiaccio per tutto il tempo necessario, alla loro distruzione casuale quando e come si voglia, al loro uso sereno da parte di ricercatori che sperano di ricavarne terapie utili alla cura di molte malattie, e nessuno si opporrebbe alla libera decisione in materia della coppia, e nella coppia specialmente della donna, che paga il prezzo delle stimolazioni ovariche e di altri interventi invasivi per arrivare alla produzione dell’embrione.
Invece l’embrione è, più chiaramente ancora per la genetica che per la teologia, un essere umano, ha i nostri cromosomi, diventerà senza salti qualitativi Carlo o Francesca, insomma è uno di noi. Non è materia, vita vegetale, vivente non umano: è un essere umano al suo inizio, è quel che siamo stati tutti noi viventi, è senza dubbi linguistici o scientifici il principio di una vita. E’ allora troppo sottile, un raddoppio di manipolazione, dire che bisogna abrogare la legge che lo difende e che lo nomina e riconosce come “concepito” titolare di diritti, e dirlo come fa Amato “in nome della dignità umana”. E’ poi ipocrita, e perfino macabro, paragonarlo a un morente cui si possano espiantare gli organi: al contrario, l’embrione preme per svilupparsi, per esistere, per vivere, quella è la sua parabola naturale, prima della morte. Eppoi, suvvia: se volete la diagnosi preimpianto, per avere la certezza eugenetica di un figlio sano, vuol dire che quel ricciolo di materia è un figlio, e che volete sceglierlo come lo desiderate perché considerate questa scelta un diritto moderno. Può essere che vada a finire così, che questo diritto venga riconosciuto, diventi senso comune. Ma di questo si tratta. Sarà bene partire dalla verità delle cose e dalle loro lacrime, però, e diradare la nebbiolina delle parole che nascondono e consolano. Altrimenti tutto è finto.
IL FOGLIO - 15/01/2005

postato da: Faramir alle ore 19:55 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 07 gennaio 2005

(Tratto dal romanzo di fantascienza "Tutti a Zanzibar" di John Brunner, premio Hugo 1969; Editrice Nord, 1977; titolo originale "Stand on Zanzibar")

"Salute a voi arrabbiati! Avete la bava alla bocca: forse il Consiglio eugenetico vi nega il diritto d'essere padri o, se è per questo, madri? Mica male, vero, se il paternalismo uscisse completamente di moda! Invece lo è più che mai. Siete alle prese con cento e una cosa vietata nel vostro interesse e se mai qualcuna vi è permessa, ciò, probabilmente, è nell'interesse di chi ve la potrebbe vietare e non lo fa.
Io sono fortunato. Ho, mi dicono, un paio di sani rampolli. Anzi, entrambi m'hanno telefonato ultimamente, avendo appreso che non avevo restituito il mio fosforo al capitale minerario del pianeta. Ma le loro telefonate mi hanno fatto pensare ai rischi che ho corso mettendoli allegramente al mondo e, rifletti che ti rifletto, le realtà saltate fuori sono piuttosto truci. Voglio dire: quando mai, normalmente, vi sognereste di prendere, senza preventiva analisi di un elaboratore, un'iniziativa che presenta otto probabilità su cento di mettervi sul gobbo per dieci o quindici anni, e forse a vita, un animale avido, esigente e stupido?
Esatto. Mi riferisco a un figlio subnormale.
Frugando in giro, mi è capitata sott'occhio una valutazione comunicata nel 1959 a un giornalista di Stoccolma dal professor Linus Pauling, che per primo ha appiccicato un nome e una identità a un male chiamato fenilcetonuria. Ho incontrato lì per la prima volta questa cifra netta e schietta dell'otto per cento, e sono troppo pigro per mettermi ora a indagare ancora.
Diceva Pauling che, su cento neonati venuti alla luce nelle comunità per le quali si avevano i dati necessari, circa due soffrivano di qualche disturbo congenito, e che in base a pochi studi estesi fino all'eta pubere, allora disponibili, si poteva ragionevolmente portare il totale a otto. Tutta una serie di minorazioni non riconoscibili in un neonato, quali la dislalia, l'alessia, il daltonismo, possono manifestarsi più tardi. [...]
Talvolta si tratta, beninteso, di quisquilie. Per esempio, grazie agli antidoti moderni, le allergie da pollini, che non sono nemmeno congenite, bensì ereditarie, consentono che un bambino con l'asma conduca una vita pressoché normale. Che volete che sia oggi come oggi!
Già! Ma prima di morire, quel figlio avrà speso, solo d'antidoti, settantacinquemila dollari.
Quando un Consiglio eugenetico respinge la vostra domanda, ciò significa che il rischio che abbiate un figlio handicappato non è più dell'otto ma dell'ottanta per cento. Magari non siete d'accordo su che cosa sia o non sia una minorazione, e ne abbiamo avuto un esempio, ultimamente, con la diatriba sul daltonismo; ma è doveroso riconoscere che i Consigli hanno ottenuto risultati concreti! Cinquant'anni fa, Pauling diceva che ci sarebbero volute venti generazioni affinché si manifestassero tutte le conseguenze recessive dovute alla contaminazione radioattiva; ora abbiamo, in proposito, tabelle analitiche e controlli sufficienti a poter dichiarare che saranno eliminate in meno di dodici generazioni. Chissà che gioia, per i vostri bis-bis-bis-bisnipoti, se pur ne avrete!
Ma ascoltate quel che vi dico, dopo avervi osservati per molti e molti anni con tutto il cinismo di cui ero capace. Non avete, in voi, nulla di così eccellente da meritare di essere perpetuati nel corpo di un figlio. Vi nascondete dietro un dito: le decisioni dei Consigli eugenetici vi consentono di mimetizzare il fatto che in realtà vi sottraete alla responsabilità di aver cura di un individuo che poi dovrà affrontare il mondo da solo. Non volete rischiare di vedervelo tornare indietro ad accusarvi dicendo ch'è colpa vostra se, nel gioco della vita, è una mezza schiappa. Conosco persino certe persone che hanno il genotipo pulito, ma mentono e fingono una tara ereditaria, come scusa del fatto che non hanno figli. [...]
Se vi è fatto divieto di mettere in marcia un rampollo, sapete che ci sono in giro dei bambini da adottare, assai migliori di quelli che potreste mai rampollare voi. Non vi piacerebbe tirar su un figlio più intelligente di quanto non siate, meglio riuscito, più bello, più dotato sessualmente, più sano?
No, neanche per il cavolo vi piacerebbe! Preferite che se ne rimanga in un orfanotrofio, in un asilo pubblico, dove l'alimentazione di basso livello gli tarperà l'intelligenza, e la mancanza di amore materno ne farà un fallito neurotico.
Quando una specie si mette ad avere paura della propria stessa prole, si può dire che è ormai matura per seguire, nel grande scarico dei rifiuti, i dinosauri. Come ho testé dimostrato, una metà di noi teme che i suoi marmocchi si dimostrino inferiori ad essa, un timore che almeno ha qualcosa di razionale; ma alcuni temono esattamente l'opposto, e ciò è follia. Ora state innalzando sugli altari, come un Messia, uno scienziato asiatico di cui, un paio di settimane fa, non conoscevate nemmeno il nome. E va bene, supponiamo pure che Sugaiguntung possa davvero fare quel che si sostiene, e fabbricare un pupo su ordinazione. E con ciò? Che cosa chiederete?
Che sia più intelligente di voi? Ma non avete mica l'intenzione di trascorrere i vostri vecchi anni a dirvi che siete un cataplasma e un peso per i vostri marmocchi.
Che sia più stupido di voi? Ma non vorrete mica sciupare il resto della vita a badare a un idiota.
No, voi volete un figlio con tanto di garanzia che sia bravo e non vi dia fastidi finché non sarà in età di scappare da casa. Così, da allora, potrete lamentarvi della sua ingratitudine. Ma dubito che persino Sugaiguntung possa inserire questo in un ovulo con qualche probabilità di successo."

(Da un articolo che una rivista troppo entusiasta aveva imprudentemente richiesto a Chad Mulligan nell'apprendere che in fin dei conti non era morto).

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giovedì, 06 gennaio 2005

Tragicommedia natalizia in 3 atti
L'azione si svolge in una cittadina capoluogo di provincia lombardo, la mattina della vigilia di Natale.

Atto primo
Scena: una libreria cattolica
Gino entra speranzoso, nella rituale affannosa ricerca degli ultimi regali, a tempo quasi scaduto.

Gino: (rivolgendosi a un commesso) E' arrivato il libro che vi avevo ordinato sabato scorso? ... quello di Alessandra Borghese... edizioni Piemme...
Commesso: (cascando dalle nuvole) Alessandra Borghese?
Altra Commessa: Sì, sì! è arrivato. Eccolo.
Gino: Grazie. Mi fa un pacchetto, gentilmente? (la commessa esegue) Poi... avete l'ultimo libro di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, "Le bugie degli ambientalisti"?
Commesso: (aggrottando la fronte perplesso) Chi?
Gino: (paziente) Cascioli... Gaspari... anche questo editrice Piemme...
Commesso: Mmm... no, non ce l'abbiamo.
Gino: (leggermente sorpreso) Ah! Beh, pazienza. Allora, avrete senz'altro "La saggezza di Padre Brown" o qualche altro titolo di Chesterton.
Commesso: (si dirige a uno scaffale e cerca mugugnando) Chesterton... Chesterton... vediamo...
Gino: (preoccupato, sulle spine) ...
Commesso: Eh... no... mi dispiace, ma sono edizioni non recenti e si vede che le abbiamo esaurite o rimandate alla sede principale per fare spazio alle novità.
Gino: (fissando con occhio spento un'edizione tascabile de "Il Vangelo Secondo Gesù" di J.Saramago e un libretto sulla spiritualità del Dalai Lama) Capisco. Vedo... (poi, senza molte speranze:) E "Il volto nascosto dell'Onu" di Schooyans, editore Il Minotauro?
Commesso: Nooo, Il Minotauro è un editore che non teniamo.
Gino: (sospirando) Già, già, già... Beh, intanto compro questo per mia madre (prendendo "Le Ragazze di Aboke" di Els de Temmerman, e pensando:) Poi naturalmente me lo faccio prestare. (Quindi, rivolto ancora al Commesso:) Ah! per me, prendo questo e quest'altro (raccoglie "False Accuse alla Chiesa" di Luigi Negri e "La liberazione del gigante" di L. De Wohl).
Commesso: Bene. Allora del primo le faccio un pacchetto?
Gino: Sì, grazie. Cercavo anche un libro per mia cognata: "Il bambino sovrano" dell'editrice Cortina.
Commesso: Eh, mi dispiace, quella è un'altra casa editrice che non teniamo.
Gino: (rassegnato) Immaginavo... però ho visto in vetrina un libro del genere che potrebbe andare bene lo stesso... eccolo: "Non ho paura di dirti di no", della San Paolo. Prendo questo.
Commesso: Certo! Le faccio un altro pacchetto.
Gino: (si avvia alla cassa) Bene. Per oggi basta così.
(Suona il telefono. Risponde l'altra commessa)
Commessa: Sì, pronto? desidera? ... "Il codice da Vinci" illustrato? (rivolgendosi al primo commesso:) Abbiamo "Il codice da Vinci" illustrato?
Gino: (parlando tra sé e sé) Spero proprio di no!
Commesso: (all'altra commessa) Se c'è, lo trovi laggiù.
Gino: (lo guarda incredulo)
Commessa: (va a vedere) No. Non c'è.
Gino: (tira un sospiro di sollievo)
Commessa: (parlando al telefono) Mi dispiace, non l'abbiamo... Buongiorno.
(Il commesso fa il conto, Gino paga ed esce)

Atto secondo (Interludio)
Scena: per le strade affollate del centro

Gino: (cammina leggermente depresso, pensando:) Come è possibile che in una libreria cattolica non tengano nemmeno un'opera di G.K.Chesterton, uno dei più famosi scrittori e intellettuali cattolici degli ultimi due secoli, mentre mettono sullo scaffale principale un libro di Saramago, che definire anti-clericale è poco?
Come è possibile che in una libreria cattolica non conoscano l'ultimo libro di due dei più noti divulgatori cattolici, che tra l'altro scrivono pure su Avvenire (soprattutto Cascioli)?
Come è possibile che qualcuno chiami una libreria cattolica per chiedere se hanno "Il codice da Vinci", un'opera di pura propaganda anti-cattolica, e che i commessi di detta libreria stiano pure a pensarci su, invece di spiegare che non è quello il posto dove cercare un libro del genere?
Non mi sorprende più ormai che i cattolici siano culturalmente insignificanti e che chiunque possa dire le fregnacce più clamorose contro la Chiesa senza correre nemmeno il rischio di ricevere qualche replica. Ormai gli stessi cattolici si sputtanano da soli...

Atto terzo
Scena: la principale libreria della città

Gino: (entra e si ferma davanti a uno scaffale) Oh, guarda! "Lo smemorato di Tapiola" di Arto Paasilinna. E' da un po' che lo volevo leggere. Mi piace il suo bizzarro umorismo finnico. Sarcastico e autoironico. Questo sarà il regalo di Natale per me da parte di L. e famiglia. Sperando di poterne parlare presto ai nostri amici finlandesi... (continua a scorrere i titoli dell'editrice Iperborea e un altro titolo attira il suo sguardo) "L'Oratorio di Natale", di Göran Tunström. Beh! quando si dice una fortunata coincidenza. Domani è Natale e l'Oratorio di Natale di J.S.Bach a me e L. piace tantissimo. Direi che non ci potrebbe essere un regalo migliore per il mio tesoro (prende il volume, poi guarda verso la cassa, ma c'è parecchia gente in coda, allora sale le scale e va alla cassa del piano superiore).
Cassiera: Desidera?
Gino: Mi fa due pacchetti, per favore?
Cassiera: Certo!
Gino: Mi può dire anche se avete qualche titolo di Chesterton? Uno dei romanzi con Padre Brown.
Cassiera: Vediamo... (consulta il PC) Sì, abbiamo qualcosa tra i libri per ragazzi e i testi per le scuole.
Gino: (perplesso) Ah. Grazie, vado a dare un'occhiata. (Trovato lo scaffale con i libri per le scuole prende in mano un volumetto e le sfoglia) Beh, questa edizione con le schede riassuntive e le domandine alla fine di ogni capitolo non credo che vada bene per mio suocero. Vediamo lo scaffale per i ragazzi... (Prende un volume dalle dimensioni più o meno di un foglio A4, rilegato in cartone rigido) Wow! questa rilegatura a prova di lancio-contro-il-muro e le tavole con le illustrazioni a colori mi fanno tornare bambino, quando mi divoravo romanzi di Emilio Salgari come fossero noccioline
... (sospiro) Insomma, di tempo per cercare altrove non ne ho. Il suocero dovrà accontentarsi. (Torna alla cassa e si fa fare un altro pacchetto)
Un cliente: (rivolto a un'altra commessa) Scusi, devo fare un regalo a un ragazzo di seconda liceo. Che cosa mi suggerisce?
Commessa: C'è un genere che preferisce?
Cliente: Gli piacciono i gialli.
Commessa: (spostandosi verso uno scaffale seguita dal cliente) Potrebbe andar bene Faletti...
Gino: (alla cassiera, esterefatto) Faletti per un ragazzo di seconda liceo? Non sono libri pieni di violenza, sangue, sesso?
Cassiera: Ehm... magari un classico come la Christie sarebbe meglio...
Gino: (pensando tra sé e sé) Mizzega, che sforzo di immaginazione!
Un altro cliente: (alla cassiera) Mi perdoni, stavo cercando un regalo per mia sorella... è molto religiosa...
Gino: (è tentato di chiedere a quale ordine religioso appartiene la sorella del signore, poi decide di lasciar perdere...)
Cassiera: Guardi, i libri di tematiche religiose li trova su quello scaffale laggiù.
Cliente: Grazie (si allontana)
(Gino paga e poi segue il signore-fratello-della-tipa-molto-religiosa. Lo scaffale di "libri religiosi" - nascosto nell'angolo più remoto e scarsamente illuminato della libreria, impossibile da trovare senza una mappa - consiste in 4 ripiani di circa 1 metro e 20 di larghezza contenti le cose più svariate. Dall'ultimo libro del Papa, al solito Dalai Lama, che l'esotico è sempre di moda, fino a - orrore - un libro del Donini, storico di scuola marxista, noto per i suoi ridicoli tentativi di smontare la storicità dei Vangeli).
Gino: Beh! per oggi ho visto abbastanza (esce dalla libreria scuotendo la testa)



























































postato da: Faramir alle ore 21:19 | Permalink | commenti (5)
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