giovedì, 17 novembre 2005

Lettera aperta di Magdi Allam all’ambiguo ideologo euro-musulmano

Signor Ramadan, noi non ci siamo mai né incontrati né parlati né conosciuti. Le rivelo che, per quanto mi concerne, probabilmente non si è trattato di una mera casualità, bensì di una scelta, al tempo stesso conscia e inconscia, maturata nel corso di questi ultimi anni che hanno registrato l’ascesa del suo astro nel firmamento del movimento islamico internazionale. Le confesso che istintivamente e razionalmente non provo un particolare trasporto nei suoi confronti.
Ciò da un lato mi dispiace sinceramente perché amerei tanto poter andare d’accordo o comunque trovare un comune terreno d’intesa con tutti. Dall’altro mi rendo conto che non sempre è possibile, che in ogni caso per pervenire a un accordo bisogna essere in due a volerlo. Nel nostro mondo dove il bene e il male s’intersecano e coesistono, dove l’esercizio del libero arbitrio è un dovere umano prima ancora di essere un’opzione religiosa al fine di salvaguardare la propria vita e conformarsi alla propria morale, non si può realisticamente prescindere dalle differenti o contrastanti intenzioni dell’altro.
Vede signor Ramadan, al pari di altri esponenti dei Fratelli Musulmani che la necessità professionale e la sorte mi hanno portato a incontrare, parlare e conoscere, lei non mi tranquillizza affatto. Lei è liberissimo di sostenere che non ha in tasca la tessera di adesione ai Fratelli Musulmani e che giustamente, sulla base della responsabilità soggettiva che è il cardine dello stato di diritto, lei non è responsabile dell’azione e del pensiero di suo nonno Hassan al-Banna, il fondatore di questa confraternita integralista, né di suo padre Said Ramadan, il discepolo prediletto di al-Banna.
Ma si dà il caso che nel 2004 ho sentito alla televisione italiana Mohammad Nour Dachan, il presidente dell’Ucoii, negare di far parte dei Fratelli Musulmani. Lui che negli anni Settanta sfuggì a un tentativo di assassinio da parte di due killer inviati dal regime di Hafez al-Assad in Italia proprio perché esponente di punta dei Fratelli Musulmani. Lui che si fregia del titolo di amir, emiro, inteso come guida spirituale e politica della comunità di fedeli che si sottomette a lui tramite la bay’a, l’investitura, un rito iniziatico che comporta l’obbedienza assoluta all’emiro considerandola pari all’obbedienza dovuta al profeta Mohammad e quindi all’obbedienza a Dio.
Sappiamo bene, lei e io, e ora lo sanno anche i lettori, che il principio della takiya, la dissimulazione della propria realtà e delle proprie idee, è contemplato e ammesso in seno ai Fratelli Musulmani quando la situazione lo impone. Ho imparato, anche a mie spese, che spesso nel rapporto con l’altro conta più quello che non si dice che quello che si dice. E oggi so molto bene che sono proprio i vostri silenzi, più del vostro clamore, a pesare come macigni. E quei silenzi mi preoccupano.
Comunque a me non interessa sapere se lei abbia o non abbia una tessera in tasca dei Fratelli Musulmani. Io mi baso sulla lettura dei suoi testi e sull’analisi delle sue prese di posizione pubbliche. Ebbene da esse si evince che lei è indubbiamente organico e parte integrante di un movimento integralista islamico europeo e internazionale che fa riferimento ai Fratelli Musulmani. A maggior ragione, proprio per questa sua ostinazione a voler negare l’evidenza, se penso a lei provo quell’agitazione che si ha nelle situazioni in cui all’apparenza è tutto rassicurante, addirittura allettante, mentre si sa con assoluta certezza che da qualche parte si cela l’insidia, si annida il pericolo. Una sorta di perfido gioco dove il protagonista, sprovveduto o accorto che sia, è chiamato a scoprire dove possa essere stata nascosta una bomba a orologeria camuffata sotto insospettabili spoglie che, prima o dopo, esploderà e che, volenti o nolenti, ci annienterà.
Ammetto chiaramente che ho maturato una valutazione scettica nei suoi confronti. Ma le garantisco che non si tratta di una antipatia personale o di un veto ideologico aprioristico. Se la rivista americana Time nel 2003 l’ha designata come uno dei cento pensatori che hanno “modellato il mondo”, se ha raccolto attestati di stima e ammirazione da diversi ambienti non solo musulmani, ma anche cristiani e della sinistra laica, se è corteggiato e osannato da molte comunità islamiche europee, è evidente che lei è una personalità carismatica, ha uno spessore ideale, religioso e culturale, dispone di una eccellente capacità comunicativa e di manipolazione dei media. Mi rendo conto che lei di primo acchito incute simpatia, dà l’impressione di essere una persona perbene, colma di buona volontà, sinceramente impegnata nel gettare ponti tra le genti e le fedi per favorire l’affermazione di una comune civiltà umana. Ha le qualità necessarie per risultare convincente, suadente, lodevole. Lei offre un’immagine positiva, trasmette un messaggio percepito come credibile, lancia delle proposte ammantate di buon senso e che sembrano ispirarsi alla saggezza e al dovere etico.
Contemporaneamente però lei è stato sospettato dal governo francese di aver avuto legami con i terroristi del Gia algerino, dal giudice spagnolo Baltasar Garzon e dal Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti di aver avuto legami con militanti di Al Qaeda. Le è stato di conseguenza interdetto l’ingresso in Francia nel 1996, poi revocato con tante scuse, e negli Stati Uniti nel 2005. Ammetterà che non è usuale che un intellettuale integro e onesto possa essere sospettato di collusione con il terrorismo. E probabilmente saprà che nei casi in cui ciò si è verificato, è emerso che il sospetto non era così infondato. Lei smentisce tutti e tutto, proclama la propria innocenza, denuncia una sorta di complotto tendente a screditarla. Personalmente mi fido di più delle istituzioni di uno stato di diritto, libero e democratico.
Al di là di ciò, che è parte rilevante e tutt’altro che trascurabile del mio giudizio complessivo, la mia valutazione nei suoi confronti si è formata in circostanze e per motivi diciamo più personali. Vede io sono cittadino italiano, come lei di origine egiziana. Anche se, a differenza di lei, sono nato e vissuto per venti anni al Cairo. Così come, a differenza di lei, anche per ragioni anagrafiche (ho dieci anni di più), ho conosciuto in un Paese musulmano, qual è l’Egitto, la realtà di un islam laico e ho condiviso il vissuto di milioni di musulmani moderati. Aggiungo, affinché il mio pensiero sia più chiaro, che l’integralismo islamico dei Fratelli Musulmani e il terrorismo islamico delle varie sigle jihadiste e più recentemente di Al Qaeda è un fenomeno che ho conosciuto in Italia, non nell’Egitto degli anni Cinquanta e Sessanta.
Concordo con lei che il regime di Nasser che represse migliaia di militanti islamici dopo il fallito tentativo di assassinarlo nel 1954, che tra l’altro costrinse suo padre all’esilio, era un regime dittatoriale e guerrafondaio. Ma a me qui interessa sottolineare che come cittadino egiziano, al pari di altre decine di milioni di egiziani, all’epoca godemmo di un sistema sociale e culturale laico che offriva una relativa libertà personale, gradualmente erosa dal processo di islamizzazione della società e di involuzione dei costumi registratosi non solo in Egitto, ma nella gran parte dei paesi musulmani a partire dagli anni Settanta.
Ora si dà il caso che in Italia io ho sentito di lei tramite l’interessamento e la sponsorizzazione di Hamza Roberto Piccardo, il segretario nazionale dell’Ucoii, un militante dell’estrema sinistra che persegue nelle vesti del musulmano di professione la sua ideologia rivoluzionaria contro il capitalismo e la civiltà occidentale, inneggiando ai kamikaze che massacrano gli ebrei in Israele e gli americani in Iraq. Pure lui, ancor più di Dachan, nega di aver mai fatto parte dei Fratelli Musulmani, pur ammettendo di essere stato investito della carica religiosa e politica di emiro della comunità islamica del Ponente ligure, dove egli risiede.
Anche il suo recente appello per una moratoria nell’applicazione delle pene corporali che sarebbero previste da una interpretazione tradizionalista e integralista della sharia è giunto agli italiani grazie alla capacità di persuasione di Piccardo che è riuscito a farlo pubblicare sulla Repubblica il 30 marzo 2005. Ricordo che quando uscì il suo libro “Possiamo vivere con l’islam?”, scritto insieme a Jacques Neirynck, pubblicato forse non a caso dalla casa editrice Al Hikma, di proprietà di Piccardo, questi venne a trovarmi nella sede di Repubblica, presso cui ero dipendente all’epoca, per perorare un mio commento favorevole al libro. Così come mi risulta che Piccardo sia il suo fedele angelo custode durante le sue visite in Italia atte a diffondere il suo verbo in seno al movimento islamico che si riconosce in lei.
Ebbene si dà anche il caso, signor Ramadan, che il suo sponsor italiano sia al tempo stesso la persona che mi ha pubblicamente definito “un nemico dell’islam” e un “cristiano copto per niente bbbuono”, intendendo un cristiano copto che finge di essere musulmano per diffamare l’islam. Lei sa bene che questo tipo di accuse si traducono nella mia condanna quale kafir, miscredente, murtadd, apostata, munafiq, ipocrita, e che nel contesto di una interpretazione estremista della sharia comporta la pena di morte. E se a pronunciarla è un soggetto che si fregia del titolo di emiro, le cui sentenze sono considerate delle fatwe vincolanti per i fedeli che si sono sottomessi alla sua autorità religiosa e politica tramite la bay’a, direi che c’è poco da stare tranquilli. Meno che mai se a ciò si aggiunge che all’origine della situazione che mi costringe da due anni a vivere sotto scorta c’è una minaccia di Hamas, la sigla che rappresenta i Fratelli Musulmani nei territori palestinesi, che non gradisce la mia esplicita e ferma condanna dei terroristi islamici suicidi che mietono vittime tra gli israeliani.
Qui arriviamo a una questione che ci ha unito, o per l’esattezza diviso, in un confronto organizzato dal settimanale Panorama il 16 settembre 2004. Alla domanda postale dalla brava giornalista Silvia Grilli “E’ giusto uccidere un bimbo israeliano di otto anni perché da grande farà il soldato?”, è stata pubblicata la sua seguente risposta: “In sé è un atto moralmente condannabile. Ma è contestualmente comprensibile, perché la comunità internazionale ha consegnato i palestinesi agli oppressori”.
Dinanzi all’unanime riprovazione degli italiani per la sua sortita, lei ha inviato un’indignata rettifica: “Panorama mi attribuisce frasi inaccettabili che non ho mai pronunciato e che lascerebbero intendere che è ‘comprensibile uccidere i bambini’. Niente può giustificare l’omicidio di bambini e innocenti e queste azioni sono in contraddizione con i principi dell’islam. La mia condanna è chiara”.
A questo punto, nel numero di Panorama del 23 settembre 2004, la Grilli ha riportato la trascrizione integrale della sua risposta: “Io non credo che un bambino di otto anni sia un militare. Questi atti sono in sé condannabili, cioè bisogna condannarli in sé. Ma quello che dico alla comunità internazionale è che sono contestualmente spiegabili (explicables, nell’originale francese), e non giustificabili. Che cosa significa? Vuol dire che la comunità internazionale ha messo oggi i palestinesi in una tale situazione, dove li sta consegnando a una politica oppressiva, che ciò spiega, ma senza giustificare, che a un certo punto la gente dica: non abbiamo armi, non abbiamo niente e dunque non si può fare che questo. E’ contestualmente spiegabile, ma moralmente è condannabile”.
Mi permetta di notare che fra “spiegabile” e “comprensibile “ non si vede una grande differenza. Giustamente la giornalista Grilli, nel suo secondo articolo, si domanda: “Sostenere che l’uccisione di bambini israeliani è ‘contestualmente spiegabile’ è una condanna chiara?”. E ancora: “Spiegare perché non si può fare altro che uccidere è una ‘condanna chiara’ della cultura della morte?”.
Ora mi consenta di dirle che, dal mio punto di vista, quando afferma a proposito dell’assassinio di bambini e civili israeliani che ciò sarebbe “contestualmente spiegabile, ma moralmente condannabile”, lei di fatto assume l’atteggiamento di chi sostiene e approva questi atti di terrorismo. Ma si rende conto che sta trattando di vite umane e non di parole vuote? D’altro canto il suo pensiero l’aveva già espresso chiaramente nel libro “Intervista sull’islam” (Edizioni Dedalo, 2002), scritto insieme a Alain Gresh, quando dice: “Nel voler imporre l’ingiustizia si producono delle bombe umane a esplosione ritardata, il cui sacrificio trova giustificazione [il corsivo è mio] nei decenni di sofferenza accumulata e nella colpevole passività internazionale” (p. 86). Lei, signor Ramadan, pensa di poter ingannare la gente giocando con le parole?
Tornando all’intervista pubblicata da Panorama lei afferma: “In Palestina, in Iraq e in Cecenia c’è una situazione di oppressione, repressione, dittatura. E’ legittimo per i musulmani resistere al fascismo che uccide innocenti. Ma l’assassinio e il sequestro di civili sono mezzi illegittimi di una resistenza legittima”. Signor Ramadan, è ora di finirla con questi sofismi che suonano tanto come una sonora presa in giro. Ma per chi ci ha preso? Come immagina di poter essere considerato credibile quando sostiene contemporaneamente che uccidere degli innocenti è sia illegittimo sia legittimo? Ci dica da che parte sta. Di fronte alle vittime dei kamikaze palestinesi, iracheni, ceceni, lei da che parte sta?
Guardi, signor Ramadan, la risposta chiarissima e inequivocabile l’hanno data i diretti interessati, i popoli iracheno e palestinese. Gli otto milioni di iracheni che il 30 gennaio 2005 sono andati a votare hanno sfidato e sconfitto i kamikaze e i razzi del terrorista islamico al-Zarqawi e dei suoi complici da taluni elevati al rango di resistenti. La maggioranza di palestinesi che il 9 gennaio 2005 hanno scommesso sulla strategia di pace con Israele incarnata dalla leadership di Mahmoud Abbas, hanno preso decisamente le distanze dal terrorismo palestinese. Al punto che anche i suoi amici di Hamas si sono trovati costretti ad allinearsi al volere della maggioranza palestinese.
Prenda atto che la sua contorta e artificiosa tesi della legittimità di un terrorismo reattivo, imposto dall’imperativo di contrastare un’ingiustizia subita, è stata sconfessata dai diretti interessati.
Sia gli iracheni sia i palestinesi hanno compreso e detto esplicitamente che il terrorismo condotto a loro nome è in realtà il loro vero nemico. Questo terrorismo è di natura aggressiva ed è funzionale agli orridi piani di conquista del potere di Hamas e di Al Qaeda.
Accetti la lezione degli iracheni e dei palestinesi, si fidi di loro che pagano il conto in prima persona. Tragga la conclusione che è ora di finirla di speculare sfruttando la loro causa e infierendo sulle vittime del terrorismo. Si schieri decisamente e definitivamente dalla parte della maggioranza dei musulmani che ha maturato la consapevolezza, dopo aver versato un pesante tributo di sangue, che il terrorismo è il Male assoluto mentre il valore della sacralità della vita di tutti, ebrei e americani compresi, è il Bene assoluto.
Vorrei disinteressatamente darle un consiglio: se proprio vuole filosofeggiare sui musulmani europei, li frequenti un po’ di più, si cali nel loro vissuto, si sforzi di comprenderli per quello che sono non per come lei li immagina. I musulmani non sono solo quelli che affollano le moschee e l’applaudono estasiati alle sue affascinanti e insidiose conferenze. Lei lo sa che in Francia solo il 10 per cento dei musulmani frequenta abitualmente le moschee e che in Italia non si supera la soglia del 5 per cento? Che ne vogliamo fare del 90-95 per cento di musulmani che non sono a sua immagine e somiglianza? Devono aspettare che lei li illumini e li converta alla vera fede per rinascere e redimersi quali veri musulmani?
I 20 libri, i 700 articoli e le 170 audiocassette che lei si vanta di aver scritto e registrato non la trasformeranno in novello profeta dei musulmani europei. Casomai di una piccola setta che si riconoscerà nel suo messaggio. Ma basterebbe anche solo qualche pizza consumata a un tavolo guardando in faccia, con umiltà e disponibilità, ai musulmani senza affibbiare loro nessuna etichetta, senza arrogarsi alcuno status superiore, senza aver la pretesa di imporre loro il suo credo, per fare di lei un uomo migliore. Un interlocutore più umano e più credibile per l’insieme della collettività, non solo per i musulmani.
Signor Ramadan, si liberi e aiuti il cosiddetto “popolo delle moschee” che le sta tanto a cuore a liberarsi dell’ideologismo che l’ha portata a teorizzare che i musulmani sarebbero una sorta di etnia autonoma, di comunità a sé stante. Che conseguentemente il rapporto con il resto della società dovrebbe avvenire partendo da un’identità essenzialmente se non esclusivamente religiosa che caratterizzerebbe l’homo islamicus. Come può aver elaborato simili assurdità, come può pensare che altri credano a tali idiozie, lei che è nato nella laica Ginevra, non nella Mecca wahhabita o nella Kabul talibana? Si rende conto che ha speso fiumi di parole per spiegarci che noi musulmani dovremmo spogliarci della nostra naturale identità umana per indossare quella ummana, percepire noi stessi come parte indivisibile della mitica, mitizzata e mai esistita Umma, la Nazione islamica?
E’ consapevole che lei, con sofismi alquanto contorti e poco convincenti, dice che noi musulmani dovremmo accettare una moratoria, non tanto e non solo sulle pene corporali, ma su tutto ciò che potrebbe contrastare con le leggi e i valori fondanti della civiltà europea?
Sarebbe come proclamare una sorta di “Tregua di Hudaibiya” con l’insieme dell’Europa, intesa come un patto basato sull’astuzia e l’inganno del più debole, come quello stipulato dal profeta Mohammad nel febbraio del 628 con i nemici meccani quando, da una posizione di inferiorità, constatando l’impossibilità di conquistare la sua città natale, s’impegnò a non farvi ritorno per dieci anni. Invece due anni dopo, nel gennaio del 630, Mohammad dopo aver violato la tregua, conquistò la Mecca, fece distruggere tutti gli idoli pagani e la trasformò nella città santa dell’islam.
Alla luce di ciò la sua idea di cittadinanza europea condizionata al rispetto della sua percezione dell’identità islamica sembra voler favorire l’affermazione graduale di uno stato islamico in seno allo stato di diritto. Partendo dal basso, dalla formazione dell’homo islamicus, tramite il controllo dell’educazione religiosa, dell’istruzione, della vita sociale, della finanza islamica. Per lei la legittimità giuridica e etica delle norme e del comportamento dei musulmani deve comunque e indiscutibilmente fondarsi sulla sua interpretazione della sharia. A suo avviso i principi e i valori della civiltà occidentale possono essere condivisi dai musulmani solo se sono conformi a quanto prescriverebbe la sharia.
In quest’ambito trovo, per esempio, semplicemente sconcertante che lei, osannato da tanti come un eminente intellettuale musulmano moderato, pensi di potere e dovere seriamente porre alla nostra attenzione il dibattito se sia giusto o no lapidare la donna adultera o mozzare in pubblico la mano del ladro.
Così come sono sinceramente preoccupato per i media e per gli islamologi occidentali che si prestano a farle da cassa di risonanza. Signor Ramadan, noi viviamo in Italia, in Svizzera, in Europa, nel mondo libero, nell’anno 2005. Non ci troviamo nel deserto della Penisola Arabica nel VII secolo.
Io, e con me una maggioranza di musulmani che aspirano a vivere in libertà e dignità, consideriamo che il rispetto dell’integrità fisica della persona e di tutti i diritti individuali a partire dal valore della sacralità della vita, sono il punto di partenza di tutti coloro che condividono la civiltà umana, ma non possono in alcun modo essere additati come il traguardo da conseguire a determinate condizioni.
Si metta in testa che i musulmani sono persone a prescindere da tutto. Noi non accettiamo nessuna moratoria sulla lapidazione delle donne adultere.
Diciamo invece in modo esplicito, forte, inequivocabile che siamo totalmente contrari a qualsiasi forma di violazione dell’integrità fisica di chicchessia. Senza se e senza ma. Non vogliamo minimamente discutere e rifiutiamo qualsiasi compromesso sui diritti fondamentali della persona e sul valore della sacralità della vita di tutti. Per nessunissimo motivo. La nostra umanità non è in vendita e non è barattabile per i vostri loschi giochi di politicanti dell’islam.
Mi consenta un’ultima domanda: perché vorrebbe far credere agli occidentali che lei sarebbe il primo a patrocinare una versione duttile e modernista della sua interpretazione della sharia? Nella sua millenaria storia l’islam ha conosciuto, per nostra fortuna, eminenti teologi islamici, per esempio il sudanese Muhammad Mahmud Taha, che hanno rivendicato non nella tranquilla e tollerante Europa contemporanea, bensì in paesi islamici turbolenti e fanatici, l’abolizione e non la semplice moratoria sulle pene corporali, pagando con la vita la loro battaglia volta a umanizzare l’islam. E ancora: perché vorrebbe far credere agli occidentali che le pene corporali islamiche sarebbero una questione rilevante per l’insieme dei musulmani quando in realtà vengono applicate solo in Arabia Saudita e in Iran?
Signor Ramadan, esca dal suo torpore ideologico, scenda dal suo scranno fatto di schizofrenia identitaria e di megalomania messianica, si riconcili con se stesso e con la maggioranza dei musulmani per quello che sono, persone semplici, perbene, dotate di buonsenso, che aspirano come tutti gli altri a vivere. Vivere. Vivere. Vivere. Signor Ramadan, viva e lasci vivere.
Magdi Allam

(da “Vincere la paura - La mia vita contro il terrorismo islamico e l’incoscienza dell’occidente”, Mondadori, pagine 198 euro 16,50)

postato da: Faramir alle ore 15:37 | Permalink | commenti (1)
categoria:islam, fondamentalismo